23/04/26

L'Isba

Durante la ritirata di Russia Luca sopravvive al plotone di esecuzione e si rifugia nell’isba di Irina. Il loro idillio finisce con lo stupro di lei e il ferimento di lui da parte di tre militari italiani. Luca finisce in un Gulag dal quale riesce a scappare per rientrare in Italia e finire nel manicomio di Como. Qui si trova la fiorente azienda meccano tessile diretta dai tre stupratori. Quando uno dei soci viene ucciso inizia l’indagine del maresciallo Tulipano, che riguarderà questo strano incrocio di destini, il traffico di armi e lo spionaggio agli esordi della guerra in Afghanistan.

Ecco cosa ci ha raccontato del libro il suo autore Giovanni Corti:

C’è sempre un motivo, o più motivi per scrivere un libro. “L’Isba” è il titolo del mio ultimo libro, il decimo, pubblicato nel mese di aprile con la casa editrice “Il Ciliegio”.

Nella mia vita ho avuto la fortuna di essere sfiorato dai conflitti, dalle guerre, nonostante mai come in questo periodo storico sia un proliferare di guerre. La rappresentazione delle guerre in televisione trasforma i conflitti in narrazioni visive, influenzando l'opinione pubblica attraverso reportage, dirette e propaganda. 

Quasi ci abituiamo a certe immagini di quotidiana violenza, però tutto ci sembra lontano, affare d’altri. La nostra è stata una generazione fortunata. Eppure per i nostri padri, i nostri nonni non è stato così, e dobbiamo ringraziare proprio loro, la loro lungimiranza, le loro scelte, se oltre il progresso ci sono stati donati tanti anni di pace, ci è stata risparmiata la violenza di un conflitto armato.

In questo romanzo ho voluto raccontare la tragedia della guerra, la morte, il dolore, la pazzia, l’amore che trasforma, che lenisce, ma anche demolire lo stereotipo degli "italiani brava gente", un mito autoassolutorio, nato per distinguere il comportamento dei soldati italiani nella Seconda Guerra Mondiale da quello brutale dei nazisti. Sebbene talvolta descritti come generosi e meno crudeli, gli italiani commisero crimini di guerra e violenze contro civili nei Balcani, in Etiopia e in Russia. Al centro del racconto c’è soprattutto la vita di uno di quei ragazzi che oggi dovremmo ringraziare.

È un romanzo giallo che vede di nuovo protagonista il maresciallo Mauro Tulipano, il comandante della Stazione dei Carabinieri di Oggiono, come sempre alle prese con indagini in cui storie recenti e del passato si intrecciano. Il tempo presente sono gli anni ottanta e novanta del secolo scorso. Lo scenario è il nostro territorio, quello dei laghi prealpini e le montagne del lecchese, ma le vicende narrate ne “L’Isba” vanno oltre i confini della Brianza, fino a Istanbul, la città sul Bosforo, crocevia tra occidente e oriente. 

Il tempo passato riporta alla memoria una delle più cocenti sconfitte dell’esercito italiano durante il secondo conflitto mondiale: la ritirata di Russia. «Capuràl magiùr, alpino Luca Rovera, batagliòn Murbégn. La mia guera l’è finida!» Sono le ultime parole che Luca, il protagonista, ricorda di aver pronunciato prima di essere sparato a bruciapelo da uno dei tre aggressori che, come animali famelici, avevano violentato la sua compagna Irina davanti ai suoi occhi. Lui è un soldato italiano che durante la ritirata di Russia viene salvato da una donna russa, una nemica. 

Lei lo porta a casa sua: l’Isba. I due si innamorano, con gli occhi dell’amore i rumori della guerra svaniscono in fretta, ma anche la felicità ha il tempo contato e la guerra non è affatto finita, non per tutti. Lo stupro come arma di guerra non era di certo una novità, non di questo conflitto. La violenza sessuale dei soldati sui civili inermi è una pratica violentissima deprecata e messa al bando da tutte le parti in contesa, ma sistematicamente utilizzata dai militari per umiliare, per seminare terrore nella popolazione. 

In questo caso c’era pure una sorta di vendetta, una rivalsa nei confronti del nemico che li stava battendo sul campo di battaglia. Una esasperata esibizione di mascolinità, dimostrazione di quella virilità che la martellante propaganda nazi-fascista instillava, non solo nelle menti più deboli, per alimentare la superiorità della razza e il pregiudizio stereotipato nei confronti del sub-uomo, come era definito il maschio sovietico.

Luca, abbandonato morente nell’isba, miracolosamente sopravvive, ma viene fatto prigioniero dai russi e finisce in uno dei terribili campi di lavoro forzato, genericamente chiamati Gulag. «Benvenuto all’inferno!» Se fino al Natale del 1942 l’Armata Rossa aveva fatto pochissimi prigionieri, con la resa delle truppe dell’Asse a Stalingrado e sul Don, nello spazio di quaranta giorni ed in un settore limitato del fronte, i sovietici si trovarono nelle mani circa mezzo milione di prigionieri. 

Essi erano assolutamente impreparati ad accoglierli. Furono internati in lager che facevano già parte dell'arcipelago dei campi di deportazione staliniani. Da una parte stavano i prigionieri di guerra, soldati di nazionalità diverse: tutti uomini; dall’altra c’erano uomini e donne: prigionieri politici, per lo più civili, professori, musicisti, studenti, scrittori, collaborazionisti coi tedeschi, una folla di persone comuni, deportati nel gulag perché contrari al regime comunista, antirivoluzionari, non rieducabili, comunque dissidenti, pericolosi per la sicurezza dello stato sovietico.

In questi campi, al pesante lavoro forzato si sommava una violenza pianificata, e la tortura, l’orrore e il terrore erano la quotidianità. Da questo inferno in terra, Luca, con l’aiuto di alcuni compagni di sventura, riuscirà a organizzare una rocambolesca fuga e tornare a casa, in Italia. Ma nel frattempo la guerra era finita da tempo e l’Italia era cambiata, o meglio voleva cambiare, per dimenticare il passato.

Luca invece a quel passato doloroso era ancorato. Non trovava lavoro, spesso si ubriacava, attaccava briga con tutti, si sentiva un estraneo in casa propria, emarginato dalla sua stessa comunità, un disadattato. Allora bastava un certificato medico: “pericoloso a sé e agli altri” o anche “di pubblico scandalo” stilato dal sindaco, dal parroco o dal comandante della stazione dei Carabinieri, del paese affinché si negasse a una determinata persona di circolare liberamente e per questa si aprissero le porte del manicomio. 

E lui al San Martino di Como aveva smesso di bere, ma era diventato matto, per comodità, tanto lo curavano per quello. Rimase in manicomio trent’anni dove ebbe tutto il tempo necessario per pianificare la sua vendetta: uccidere quei tre, gli stupratori, che gli avevano rovinato la sua vita e quella di Irina.

La sua fuga dall’ospedale psichiatrico di Como pare infatti coincidere perfettamente con l’uccisione inspiegabile di due imprenditori di successo, proprietari di una fiorente azienda meccanica del paese, nata subito dopo la guerra. La modalità dei due delitti pare la stessa: avvelenamento da tallio, una sostanza che richiama certi omicidi della nomenclatura sovietica scomoda al potere. Anche il destino del terzo e ultimo proprietario appare tragicamente segnato. 

L’indagine del maresciallo dei carabinieri Mauro Tulipano fa emergere un passato denso e nero. È così sporco e brutto che potrebbe giustificare l’azione omicida di Luca, uno che ha passato metà della sua vita in un manicomio. Ma anche il presente dei tre imprenditori, in competizione fra loro per assumere il comando dell’azienda, invischiati nel mercato clandestino e illegale delle armi, non è limpido e altrettanto fosca è la loro vita privata, dove gli interessi e il denaro prevaricano sempre gli affetti famigliari.

Indagine complicata per Tulipano. Troppi attori e comparse, due vittime e tante persone implicate con indizi compromettenti e moventi plausibili, tali da farle ritenere ognuna un probabile assassino. E “mannaggia ’a marina”, come direbbe lui, ci mancava pure l’intrigo internazionale del traffico di armi.

Di sicuro non gli era mai capitato che la stessa vittima fosse uccisa più volte e da assassini diversi.

Roba da matti!


Giovanni Corti è nato a Oggiono (Lecco) nel 1955. Con il Ciliegio Edizioni ha pubblicato i romanzi: Azzurro Marco; A bello, peste et fame libera nos domine; Il re che verrà; 4 + 1 = 5 Cambiando l’ordine degli addendi la somma non cambia; Occhioperocchio; La corona della cittadina Eufemia; Vacche olandesi; Il Tribunale degli assenti; Sarah la nera.

20/04/26

La ragazzina in giallo e il mistero dei quadri scomparsi

 

Anita, una ragazzina come tante che si muove però grazie a una sedia a rotelle, desidera diventare detective. In un giorno di pioggia, arriva a scuola con un impermeabile giallo che le ha regalato la nonna e per il quale viene presa in giro dai compagni. Finite le lezioni, si reca in libreria insieme al suo inseparabile gatto Fluffy e nota un libro della serie La signora in giallo. 

La libraia le spiega che la protagonista di quel testo risolve misteri di ogni sorta. Anita pensa allora di non dover attendere di essere grande per fare indagini: indossando come fosse una divisa il suo impermeabile giallo, che tanto l’ha messa in imbarazzo, può iniziare da subito a risolvere casi misteriosi. La “ragazzina in giallo” avrà presto l’occasione di mettersi alla prova: un quadro dei signori Rispoli è scomparso e Anita si mette immediatamente in gioco.

Ecco cosa ci ha raccontato sul libro la sua autrice Sara Cremini: 

"La ragazzina in giallo e il mistero dei quadri scomparsi nasce da due grandi spinte: la prima, non per ordine di importanza ma solo perché forse più evidente, è la mia grandissima passione per i libri gialli. Questo genere, insieme al fantasy, è quello che mi accompagna da sempre sia come lettrice che come autrice; la seconda, meno evidente dal titolo del romanzo ma più importante nel mio cuore, è l'attenzione verso chi, secondo la società, "viene dopo"

E così, una ragazzina presa in giro da tutti perché “Ferraglia-Su-Ruote”, diventa la protagonista inaspettata di questa storia. E lo è proprio grazie a quella carrozzina che tutti deridono e all'amore per la lettura che le ha trasmesso la nonna. Scrivere La ragazzina in giallo mi ha dato quindi un'enorme possibilità: quella di esplorare un genere che da sempre amo toccando, tematiche che da sempre sento mie.

È un libro che spero possa al contempo far divertire e riflettere, toccando le corde del cuore dei bambini e, perché no, anche degli adulti. A volte sono sufficienti un impermeabile regalato dalla nonna, un gatto randagio e una amica un po' stramba a ricordarci che i nostri sogni si possono realizzare."

Sara Cremini autrice e insegnante di scuola primaria, vive a Gardone Val Trompia (Brescia). Ha pubblicato per PAV Edizioni la quadrilogia epic fantasy per bambini e ragazzi ambientata nel mondo di Neméria: Neméria - La Seconda Rivolta degli Orchi, Neméria - I demoni del passato, Neméria - L’erede dell’ultima dinastia e Neméria - Destini e profezie. La benandante è il suo romanzo paranormal fantasy per adulti, e la sua ultima creatura è un giallo-fantasy dedicato ai lettori più giovani: Agenzia investiGattiva Creminot - Lo strano caso del pupazzo a molla. È direttrice editoriale delle collane fantasy di PAV Edizioni.

30/03/26

Il filo nero

 

Il vicequestore Gaia Sanna deve indagare sulla scomparsa di due ragazze, Marta e Cecilia. Il caso le ricorda l’evento traumatico del rapimento suo e dell’amica, poi uccisa, avvenuto vent’anni prima. Il colpevole era stato arrestato ma durante le indagini le somiglianze rispetto a quei fatti emergono in modo preoccupante e il legame con il passato diventa evidente a tutta la squadra diretta dal vicequestore.

Ecco cosa ci ha raccontato l'autore del libro, Cristiano Carlino, sulla sua opera: 

"Nel mio immaginario il libro doveva essere una testimonianza, un inno al coraggio e alla determinazione. Ricordo bene quel periodo, una fase della mia vita in cui vivevo nella paura.

Mi ritrovavo spesso a non riuscire a compiere delle semplici azioni, come passeggiare in mezzo alle persone, uscire con gli amici o andare al ristorante con la mia compagna.

Tutto era legato ad un evento traumatico del mio passato. Lo avevo lasciato sepolto nella mia anima e in quel periodo mi stava logorando. 

Un giorno facendo un viaggio in auto da solo, ripensai a una discussione avvenuta con la mia compagna. Lì ho capito quanto lei fosse coraggiosa e determinata a starmi accanto, aiutandomi in quei momenti. Mi sono nutrito in parte di quella sua forza, decidendo così di affrontare il mio passato con coraggio e determinazione, riemergendo dalle mie paure per tornare a vivere. 

Così e nata la mia protagonista: Gaia Sanna. Una donna determinata e forte. 

Questo è il messaggio che spero possa lasciare a chi lo leggerà: è necessario vivere al massimo il presente con coraggio, rivolgendo uno sguardo al futuro, cercando di superare e non rimanere ancorati alle paure del passato.

Cristiano Carlino risiede a Sordevolo e lavora a Biella. Appassionato di lettura, da alcuni anni ha iniziato a scrivere romanzi e racconti. Ha composto alcuni racconti podcast su Spotify e possiede una pagina Instagram che si chiama Libripensierieparole. Il filo nero è il suo primo romanzo pubblicato.