13/01/21

Lo "Smart working" esisteva già cinquant’anni fa!


Soprattutto durante la prima fase dell’emergenza sanitaria si è molto sentito discutere di smart working. Qualcuno ha esaltato questa forma di lavoro più flessibile sostenendo che debba essere potenziata anche quando il Covid19 sarà solo un brutto ricordo; altri, da subito, hanno manifestato qualche scetticismo in più.

Come qualsiasi fenomeno sociale, culturale ed economico anche lo smart working non lo si può adottare nella sua forma più estensiva senza che prima venga seriamente valutato e regolamentato da tutti gli attori coinvolti: imprenditori, lavoratori, classi dirigenti, ecc…

Già prima della pandemia la precarizzazione e la discriminazione di genere in alcuni settori del mondo del lavoro è proliferata senza che si sia tentato di arginarle. In questo illuminante articolo che Irena Schiavetta ci propone possiamo trarre interessanti spunti di riflessione: il passato non va dimenticato per non compromettere le conquiste che crediamo acquisite e il nostro futuro.   

i.b.

di Irene Schiavetta

L’Osservatorio del Politecnico di Milano definisce lo smart working ”una nuova filosofia manageriale fondata sulla restituzione alle persone di flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati”. Ma è tutto oro quello che luccica? Ed è veramente “nuovo” come sembra?

Ebbene, bisogna ricordare che a partire dagli anni Sessanta è già esistito, in Italia, quello che oggi chiamiamo “smart working”, una modalità di “lavoro agile” che interessava un ben preciso tipo di lavoratori: le donne.

Le coordinate generali dell’occupazione femminile, in quegli anni, erano legate indissolubilmente a una serie di tradizioni, abitudini e convinzioni molto radicate nella società. Ad esempio, era prassi comune che le donne, quando si sposavano, fossero licenziate alla nascita del primo figlio (ma anche oggi, quante devono accettare un trattamento simile?). Nello stesso tempo, gran parte del lavoro agricolo continuava a essere svolto da loro, che dovevano quindi barcamenarsi tra la fatica nei campi e quella in casa (compreso l’allevamento dei figli, visto che non esistevano adeguate strutture per l’infanzia). La società italiana era ancora di stampo patriarcale, le donne erano tenute a casa dal legame con i figli e la loro attività lavorativa era considerata sempre “gratis data”, pur essendo pesante. La divisione dei ruoli era rigida: l’uomo si preoccupava del reddito, la moglie era una casalinga. Se poi tra le sue mansioni c’erano quelle, come detto, di contadina o lavoratrice precaria, non erano che inevitabili conseguenze della sua “naturale” condizione. Quindi, dovute.

Occorre considerare che nelle fabbriche, a partire dalla seconda metà degli anni ’50, la meccanizzazione era andata avanti a passi da gigante. Di conseguenza, soprattutto nel terziario e in particolari nei settori industriali quali ad esempio la meccanica di precisione e la costruzione di apparecchiature elettriche, gli operai qualificati potevano essere sostituiti – con grande risparmio – da donne. Erano perfette perché costituivano una manodopera flessibile, mobile, erano adatte a mansioni non qualificate e molto ripetitive, che tuttavia richiedevano abilità, precisione, pazienza. Man mano che passavano gli anni, quindi, soprattutto nelle aree urbane, le donne furono sempre più spesso impegnate in lavori a domicilio che andavano dalla sartoria all’assemblamento di ingranaggi elettrici, dalla costruzione di giocattoli alla creazione di monili. Erano attività precarie e intermittenti, difficili oggi da ricostruire dettagliatamente, ma che avevano un punto in comune: l’assenza di ogni garanzia e tutela.

Anche le donne regolarmente assunte non se la passavano meglio: nelle fabbriche spesso erano relegate nelle categorie e qualifiche più basse e private di ogni possibilità di avanzamento di carriera, con discriminazioni salariali (che nel mondo del lavoro femminile esistono ancora oggi!).

A partire dagli anni Sessanta quindi questo antenato dell’attuale “smart working”, il lavoro a domicilio, è stato comune tra le donne. Spesso il reddito del capofamiglia non era sufficiente, ma contemporaneamente la moglie doveva essere a casa a tempo pieno per seguire la famiglia. Molte grandi aziende d’altronde attuavano un deciso decentramento produttivo, per cui diverse fasi della lavorazione erano svolte tramite imprese minori, fino al lavoro a domicilio, l’ultimo anello di questa catena, una modalità lavorativa caratteristiche elevate di sfruttamento, ritmi di lavoro massacranti e spesso condizioni igienico-sanitarie precarie per tutta la famiglia (in caso di utilizzo di sostanze nocive nell’ambiente domestico).

D’altra parte, le stesse lavoratrici tendevano a considerare positivamente l’enorme vantaggio di potere restare a casa senza apparenti obblighi e imposizioni di orario, scambiando per libertà quella che era invece l’espressione massima dello sfruttamento e dell’emarginazione.

Nel romanzo “La tabacchiera di Otto Schmitt” vediamo la protagonista, Carmelina Spadafora, originaria della Calabria e trasferitasi nel Nord Italia nel paesino di Colombano, costretta dalle circostanze a trovare un lavoro a domicilio, per poter guadagnare qualcosa pur avendo una figlia in età scolare e nessuna specializzazione. Non sarà la prima, né l’ultima delle difficoltà che dovrà affrontare, dal giorno in cui, con un matrimonio combinato, ha lasciato la Calabria per un viaggio interminabile…

 

Irene Schiavetta vive a Savona con il marito e i figli e insegna pianoforte presso il Conservatorio di Cuneo, dove è vicedirettore. Ha scritto commedie brillanti, racconti, il romanzo Le tre signore (Coedit, premiato in concorsi internazionali); testi di letteratura (pubblicati da Atlas); cinque libri gialli con Fiorenza Giorgi, fra cui Il mistero di San Giacomo (Fratelli Frilli); il racconto per bambini L’Occhio di Bubuz (il Ciliegio). Ha pubblicato inoltre testi di didattica musicale tra cui Primo Piano, Il nuovo Centone (Carisch) e Mai troppo piano, Il Millione, Su e giù per le scale, Pianopiùforte (Dantone).

La tabacchiera di Otto Schmitt è il suo ultimo lavoro letterario recentemente pubblicato da Edizioni Il Ciliegio.

25/11/20

L'impegno del Ciliegio contro la violenza sulle donne




Oggi, 25 novembre, è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Edizioni il Ciliegio ha raccontato nei suoi libri questa piaga. Propone ai suoi lettori alcuni titoli recenti e meno recenti.

Di Laura Romano

Lividi sul corpo, lividi nell’anima
In questo saggio, Laura Romano presenta diverse dolorose storie di vita, storie drammaticamente vere, in cui le violenze – fisiche e psicologiche – gli abusi, le prepotenze, le prevaricazioni colpiscono il mondo femminile in ogni età della vita. L’autrice analizza e commenta con delicata profondità caso per caso, spiegando le ragioni di tali disagi, offrendo suggerimenti educativo-riabilitativi e indicando gli aiuti necessari al loro superamento.



Di Giovanna Ferrari

L’11 febbraio 2009 Giulia viene assassinata dal marito. Un delitto atroce, inspiegabile, assurdo che sconvolge e lacera il tessuto di un’intera esistenza ordita intorno agli affetti e ai valori della famiglia. Questo libro, vuole essere innanzitutto un ricordo oggettivo della figura e della personalità della giovane donna barbaramente uccisa e ulteriormente “brutalizzata” dalle infamanti distorsioni della sua immagine, operata, a scopi difensivi, dal suo assassino. È, inoltre, una rigorosa ricostruzione, in base agli atti processuali, del delitto e del conseguente procedimento giudiziario, da cui esce una chiara denuncia contro la “violenza” operata dalla “giustizia” ai danni della vittima e più in generale della donna. Perché la morte di Giulia e quella di tante, troppe, donne private di prepotenza del diritto inalienabile alla vita, non sia vana.

Gio e Ros si conoscono in maniera fortuita a Roma. Per diversi motivi e in diversi modi entrambe combattono una battaglia contro la violenza di genere, anche se in città lontane. Gio ha perso una figlia, Giulia; Ros racconta del dramma del femminicidio e della violenza assistita, che coinvolge i minori, sulle pagine di un giornale online. Cominciano a scriversi sulla chat di Facebook e a raccontarsi il loro vissuto.
Ne nasce un carteggio in cui, in maniera tagliente e sferzante, condannano il malcostume che trasforma i luoghi della “Giustizia” in cittadelle del Male, e affrontano tematiche legate al quotidiano con uno stile leggero, ironico e scanzonato.
Un libro tutto al femminile, che fa ridere e piangere, sfoglia pagine del passato e indaga il presente con lo sguardo rivolto al futuro, verso quella parità di diritti per la donna che la nostra cultura è ancora così restia a riconoscere.

Love infinity
Luna, sotto l’apparenza di allegra solarità, nasconde un vissuto doloroso da cui, pur con la consapevolezza maturata dalle esperienze negative, fatica a liberarsi. Alla sofferenza per la lunga storia di amori sbagliati, si aggiungono l’isolamento e l’incomprensione scaturiti dal contesto sociale di un piccolo paese, improntato a miopi stereotipi culturali.
Una storia tormentata, tesa a portare allo scoperto il conflitto di sentimenti che devastano l’animo di una donna vittima di relazioni violente.
Una sorta di cronaca minuto per minuto, fatta in tempo reale: un “qui e ora” che percorre una trentina d’anni di vita della protagonista. Una chiave per entrare nelle pieghe più nascoste dell’animo alle prese col mistero dell’Amore e con le trappole insidiose che può nascondere questo percorso.

Di Germana Blandin Savoia

Con una prosa estremamente intimista, Germana Blandin Savoia scava nei ricordi, nei segreti, nei mondi e nei cuori di quattordici donne. Quattordici donne o forse una, poco importa. Ognuna ha la sua storia, ma tutte sono accomunate dal silenzio, dall'impossibilità di dire al mondo ciò che sentono, desiderano, sognano. E allora l'unico rimedio che resta loro è quello di affidarsi alla scrittura, o meglio ad una voce narrante che si faccia carico di scrivere le loro parole nero su bianco.
Il risultato di questo audace esperimento narrativo sono quattordici racconti dal carattere quasi universale. Le storie riportano voci e identità di donne differenti, ma riunite tuttavia attorno alla comune essenza femminile da cui scaturiscono, essenza per sua natura indomabile, ancestrale, eterna.
 

 

 


04/11/20

"Corri in libreria!": con AIE, il Natale è già iniziato.

COMUNICATO STAMPA

Libri: parte oggi la campagna degli editori “Pensaci subito, non fare le code. In libreria il Natale è già iniziato” Levi (AIE) e Ambrosini (ALI): “Nella situazione di incertezza che ci circonda invitiamo gli italiani a non aspettare l’ultimo momento. Novembre è il nuovo dicembre” Pensaci subito, non fare le code. In libreria il Natale è già iniziato. Parte oggi la campagna dell’Associazione Italiana Editori (AIE) e librai (ALI Confcommercio) per invitare i lettori ad andare in libreria il prima possibile, senza attendere le code di Natale.

“Nella situazione di incertezza che ci circonda invitiamo gli italiani a non aspettare l’ultimo momento. Novembre è il nuovo dicembre, per usare lo slogan di una felice campagna dei librai americani, ripresa anche nel Regno Unito e in Olanda – sottolineano insieme il presidente dell’Associazione Italiana Editori (AIE), Ricardo Franco Levi e quello dell’Associazione Librai Italiani (ALI), Paolo Ambrosini -. E questo invito agli italiani è ancora più urgente e sentito in questo momento difficile in cui torniamo a rivolgere il nostro appello a tutte le istituzioni: il libro non può essere considerato alla stregua di un semplice oggetto di consumo il cui acquisto è rinviabile, ma va ritenuto un bene essenziale, come già aveva indicato il governo nei decreti di aprile”.

La campagna, disponibile sul sito di AIE alla pagina aie.it/campagnanatale2020.aspx e sul sito ALI libraitaliani.it e fatta propria da tutti gli editori e librai, durerà fino a Natale, coinvolgendo siti e social degli editori e mobilitando le librerie italiane.

 Milano, 3 novembre 2020