Ecco cosa ci ha raccontato del libro il suo autore Giovanni Corti:
C’è sempre un motivo, o più motivi per scrivere un libro. “L’Isba” è il titolo del mio ultimo libro, il decimo, pubblicato nel mese di aprile con la casa editrice “Il Ciliegio”.
Nella mia vita ho avuto la fortuna di essere sfiorato dai conflitti, dalle guerre, nonostante mai come in questo periodo storico sia un proliferare di guerre. La rappresentazione delle guerre in televisione trasforma i conflitti in narrazioni visive, influenzando l'opinione pubblica attraverso reportage, dirette e propaganda.
Quasi ci abituiamo a certe immagini di quotidiana violenza, però tutto ci sembra lontano, affare d’altri. La nostra è stata una generazione fortunata. Eppure per i nostri padri, i nostri nonni non è stato così, e dobbiamo ringraziare proprio loro, la loro lungimiranza, le loro scelte, se oltre il progresso ci sono stati donati tanti anni di pace, ci è stata risparmiata la violenza di un conflitto armato.
In questo romanzo ho voluto raccontare la tragedia della guerra, la morte, il dolore, la pazzia, l’amore che trasforma, che lenisce, ma anche demolire lo stereotipo degli "italiani brava gente", un mito autoassolutorio, nato per distinguere il comportamento dei soldati italiani nella Seconda Guerra Mondiale da quello brutale dei nazisti. Sebbene talvolta descritti come generosi e meno crudeli, gli italiani commisero crimini di guerra e violenze contro civili nei Balcani, in Etiopia e in Russia. Al centro del racconto c’è soprattutto la vita di uno di quei ragazzi che oggi dovremmo ringraziare.
È un romanzo giallo che vede di nuovo protagonista il maresciallo Mauro Tulipano, il comandante della Stazione dei Carabinieri di Oggiono, come sempre alle prese con indagini in cui storie recenti e del passato si intrecciano. Il tempo presente sono gli anni ottanta e novanta del secolo scorso. Lo scenario è il nostro territorio, quello dei laghi prealpini e le montagne del lecchese, ma le vicende narrate ne “L’Isba” vanno oltre i confini della Brianza, fino a Istanbul, la città sul Bosforo, crocevia tra occidente e oriente.
Il tempo passato riporta alla memoria una delle più cocenti sconfitte dell’esercito italiano durante il secondo conflitto mondiale: la ritirata di Russia. «Capuràl magiùr, alpino Luca Rovera, batagliòn Murbégn. La mia guera l’è finida!» Sono le ultime parole che Luca, il protagonista, ricorda di aver pronunciato prima di essere sparato a bruciapelo da uno dei tre aggressori che, come animali famelici, avevano violentato la sua compagna Irina davanti ai suoi occhi. Lui è un soldato italiano che durante la ritirata di Russia viene salvato da una donna russa, una nemica.
Lei lo porta a casa sua: l’Isba. I due si innamorano, con gli occhi dell’amore i rumori della guerra svaniscono in fretta, ma anche la felicità ha il tempo contato e la guerra non è affatto finita, non per tutti. Lo stupro come arma di guerra non era di certo una novità, non di questo conflitto. La violenza sessuale dei soldati sui civili inermi è una pratica violentissima deprecata e messa al bando da tutte le parti in contesa, ma sistematicamente utilizzata dai militari per umiliare, per seminare terrore nella popolazione.
In questo caso c’era pure una sorta di vendetta, una rivalsa nei confronti del nemico che li stava battendo sul campo di battaglia. Una esasperata esibizione di mascolinità, dimostrazione di quella virilità che la martellante propaganda nazi-fascista instillava, non solo nelle menti più deboli, per alimentare la superiorità della razza e il pregiudizio stereotipato nei confronti del sub-uomo, come era definito il maschio sovietico.
Luca, abbandonato morente nell’isba, miracolosamente sopravvive, ma viene fatto prigioniero dai russi e finisce in uno dei terribili campi di lavoro forzato, genericamente chiamati Gulag. «Benvenuto all’inferno!» Se fino al Natale del 1942 l’Armata Rossa aveva fatto pochissimi prigionieri, con la resa delle truppe dell’Asse a Stalingrado e sul Don, nello spazio di quaranta giorni ed in un settore limitato del fronte, i sovietici si trovarono nelle mani circa mezzo milione di prigionieri.
Essi erano assolutamente impreparati ad accoglierli. Furono internati in lager che facevano già parte dell'arcipelago dei campi di deportazione staliniani. Da una parte stavano i prigionieri di guerra, soldati di nazionalità diverse: tutti uomini; dall’altra c’erano uomini e donne: prigionieri politici, per lo più civili, professori, musicisti, studenti, scrittori, collaborazionisti coi tedeschi, una folla di persone comuni, deportati nel gulag perché contrari al regime comunista, antirivoluzionari, non rieducabili, comunque dissidenti, pericolosi per la sicurezza dello stato sovietico.
In questi campi, al pesante lavoro forzato si sommava una violenza pianificata, e la tortura, l’orrore e il terrore erano la quotidianità. Da questo inferno in terra, Luca, con l’aiuto di alcuni compagni di sventura, riuscirà a organizzare una rocambolesca fuga e tornare a casa, in Italia. Ma nel frattempo la guerra era finita da tempo e l’Italia era cambiata, o meglio voleva cambiare, per dimenticare il passato.
Luca invece a quel passato doloroso era ancorato. Non trovava lavoro, spesso si ubriacava, attaccava briga con tutti, si sentiva un estraneo in casa propria, emarginato dalla sua stessa comunità, un disadattato. Allora bastava un certificato medico: “pericoloso a sé e agli altri” o anche “di pubblico scandalo” stilato dal sindaco, dal parroco o dal comandante della stazione dei Carabinieri, del paese affinché si negasse a una determinata persona di circolare liberamente e per questa si aprissero le porte del manicomio.
E lui al San Martino di Como aveva smesso di bere, ma era diventato matto, per comodità, tanto lo curavano per quello. Rimase in manicomio trent’anni dove ebbe tutto il tempo necessario per pianificare la sua vendetta: uccidere quei tre, gli stupratori, che gli avevano rovinato la sua vita e quella di Irina.
La sua fuga dall’ospedale psichiatrico di Como pare infatti coincidere perfettamente con l’uccisione inspiegabile di due imprenditori di successo, proprietari di una fiorente azienda meccanica del paese, nata subito dopo la guerra. La modalità dei due delitti pare la stessa: avvelenamento da tallio, una sostanza che richiama certi omicidi della nomenclatura sovietica scomoda al potere. Anche il destino del terzo e ultimo proprietario appare tragicamente segnato.
L’indagine del maresciallo dei carabinieri Mauro Tulipano fa emergere un passato denso e nero. È così sporco e brutto che potrebbe giustificare l’azione omicida di Luca, uno che ha passato metà della sua vita in un manicomio. Ma anche il presente dei tre imprenditori, in competizione fra loro per assumere il comando dell’azienda, invischiati nel mercato clandestino e illegale delle armi, non è limpido e altrettanto fosca è la loro vita privata, dove gli interessi e il denaro prevaricano sempre gli affetti famigliari.
Indagine complicata per Tulipano. Troppi attori e comparse, due vittime e tante persone implicate con indizi compromettenti e moventi plausibili, tali da farle ritenere ognuna un probabile assassino. E “mannaggia ’a marina”, come direbbe lui, ci mancava pure l’intrigo internazionale del traffico di armi.
Di sicuro non gli era mai capitato che la stessa vittima fosse uccisa più volte e da assassini diversi.
Roba da matti!
Giovanni Corti è nato a Oggiono (Lecco) nel 1955. Con il Ciliegio Edizioni ha pubblicato i romanzi: Azzurro Marco; A bello, peste et fame libera nos domine; Il re che verrà; 4 + 1 = 5 Cambiando l’ordine degli addendi la somma non cambia; Occhioperocchio; La corona della cittadina Eufemia; Vacche olandesi; Il Tribunale degli assenti; Sarah la nera.

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