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21/10/19

A cento anni dalla nascita di Gianni Rodari, Il Ciliegio ne ricorda l'esperienza al "Pioniere"


Fra un anno esatto, il 23 ottobre 2020, ricorrerà il centenario della nascita di Gianni Rodari: uno dei più grandi autori italiani per l’infanzia, vincitore nel 1970 del prestigioso premio “Hans Christian Andersen”, considerato il Nobel della letteratura per bambini.

Numerose saranno le iniziative in suo onore. Edizioni Il Ciliegio, che dedica gran parte delle sue pubblicazioni proprio all’infanzia, non poteva non avere in catalogo un libro che raccontasse il valore letterario e pedagogico dell’autore di Favole al telefono.

Il libro in questione si intitola Educare senza annoiare –appassionare senza corrompere: Gianni Rodari e la direzione del Pioniere (1950 –1953) di Rossella Greco. Si tratta di un volumetto di 112 pagine pubblicato nel luglio del 2014 e racconta l’esperienza dello scrittore alla guida della redazione de “Il Pioniere – settimanale di tutti i ragazzi d’Italia” di cui fu direttore, ma anche ideatore.

L’obiettivo dell’autrice, che ha scritto questo saggio, è stato quello di porre nuovamente l’attenzione  su unna pagina del giornalismo per ragazzi che rappresentò il tentativo della Sinistra italiana di edificare un sistema pedagogico laico, che fosse incardinato sui valori costituzionali quali la solidarietà sociale, la difesa della pace, l'uguaglianza tra razze, la libertà di pensiero, definendo così il profilo di un bambino “attivo”, partecipe alla vita della società, impegnato a scuola, curioso esploratore del mondo e solidale con il prossimo.

Oggi il nome di Gianni Rodari è inevitabilmente accostato al mondo dell’infanzia. I suoi libri, tradotti in molte lingue, sono la dimostrazione che la letteratura per bambini è una letteratura di contenuti dove la fantasia e la poesia si uniscono in un connubio che è ancora la chiave di volta per tutti gli scrittori che oggi si cimentano con questo genere di storie.

Rossella Greco (Catania, 1984) è esperta di letteratura per l'infanzia e presidente dell'associazione culturale "Bafè - avventure per giovani lettori" nata nel 2013 con l'obiettivo di promuovere la cultura del libro e della lettura per bambini nel cuore del centro storico catanese. È autrice del saggio Bianca Pitzorno e la moderna editoria per l'infanzia pubblicato nel 2011 da Il Ciliegio edizioni



07/09/19

Nel 2013 Il Ciliegio pubblica il libro “Come ai tempi di Erode”. Le analogie, sei anni dopo, tra ciò che Salvatore Di Grazia ha raccontato nel suo libro e l’inchiesta di Reggio Emilia “Angeli e Demoni”.


L’estate 2019 che sta inesorabilmente finendo, non sarà ricordata solo per la rocambolesca crisi di governo che ha capeggiato in tutte le prime pagine dei nostri giornali, ma anche per i fatti di Bibbiano, comune entrato nell'inchiesta “Angeli e Demoni” della Procura di Reggio Emilia. Un’inchiesta sconvolgente, che sta portando alla luce un sistema di affidi illeciti di minori da parte di persone dalle quali ci si aspetterebbe ben altro. Non è ovviamente il caso di generalizzare, una o più mele “corrotte” non sono sufficienti per demolire il lavoro e la professionalità di tanti operatori sociali che lavorano a stretto contatto con famiglie e bambini e che si prodigano per dare loro la giusta assistenza. Tuttavia, quando Anna Colombo, una delle nostre editor più capaci, si è ricordata del lavoro che aveva svolto nel 2013 insieme all'avvocato Salvatore Di Grazia, dando alla luce per le Edizioni Il Ciliegio il libro Come ai tempi di Erode - Le prassi anomale della giustizia minorile, non ho resistito a chiederle un approfondimento; approfondimento che è stata lieta di inviarmi dopo essersi nuovamente confrontata con l’avvocato Di Grazia. Nel 2013, in tempi ancora non sospetti, l’autore di Come ai tempi di Erode aveva già chiaro come certe anomalie giudiziarie potevano essere distanti dalla realtà dei fatti.
Vi proponiamo, dunque, questo contributo. Buona lettura.

i.b.

di
Anna Colombo

Ai miei occhi, il ruolo dell’assistente sociale ha sempre avuto, fin da quando ero ragazzina, un valore positivo.
Nella mia famiglia e nella cerchia degli amici, infatti, c’erano allora e ci sono ancora oggi persone occupate con passione e onestà in questo settore della pubblica amministrazione.
Sono incappata per la prima volta nella rappresentazione dell’assistente sociale come una persona malevola e umorale, vedendo, tanto tempo fa, un film con Francesco Nuti e Ornella Muti che all'epoca aveva riscosso un certo successo: era piena di pregiudizi, pronta a togliere senza troppi scrupoli un bambino al padre e ovviamente “acida” e donna, se ci fosse bisogno di precisarlo.
Uno stereotipo, avevo riflettuto, una figura molto ben interpretata e che funzionava perfettamente ai fini dello svolgimento della trama.
Nella mia mente quella stessa figura si è riaffacciata molti anni dopo, quando ho avuto occasione di collaborare con l’avvocato Salvatore Di Grazia alla revisione del suo libro Come ai tempi di Erode - Le prassi anomale della giustizia minorile: un testo che mi aveva molto colpita perché, chiaramente, non mi trovavo più davanti alla rappresentazione di stereotipi, bensì in presenza del racconto dettagliato e circostanziato di un caso di allontanamento di minori dalla famiglia, un caso pieno di elementi controversi e ambigui.
Così, in questi giorni, all'esplodere delle notizie su Bibbiano, mi è tornato alla memoria, suscitando in me ancora una volta il desiderio di capire meglio e fare chiarezza, quel libro pubblicato da Edizioni il Ciliegio nel 2013, in tempi decisamente non sospetti, lontano da qualsiasi volontà di strumentalizzare un doloroso episodio di cronaca.
Ho pensato allora di chiedere all'avvocato Di Grazia di aiutarmi a comprendere se esistono e quali sono i punti di contatto tra le vicende attuali e quanto da lui raccontato nel libro. Riporto la sua riflessione, a beneficio di tutti i lettori che si pongono delle domande su questi fatti, caratterizzati da una complessità che il clamore mediatico tende spesso più ad appiattire che a dipanare.

Come ai tempi di Erode.
Le prassi anomale della giustizia minorile 
«La vicenda descritta nel libro Come ai tempi di Erode - Le prassi anomale della giustizia minorile è, come quelle della Val d’Enza, il paradigma delle deviazioni e delle anomalie della giustizia minorile nella gestione dei casi di sottrazione di bambini alla loro famiglia. Sono casi che, spacciati come esempi di buona amministrazione, evidenziano un problema di mancata tutela dei diritti umani. 
Le analogie tra il caso della mamma alla quale furono sottratti in una mattina d’autunno tre bambini e quelli delle mamme di Bibbiano è impressionante: i provvedimenti del giudice arrivano come un fulmine a ciel sereno in qualsiasi momento sulla vita delle persone, senza che i diretti interessati sappiano con precisione le ragioni e i presupposti di quel che sta loro capitando. Nessuna garanzia processuale, dunque, nemmeno la possibilità di ricorrere a un giudice superiore contro provvedimenti provvisori che durano anni. 
Il libro racconta una storia vera come quelle della Val d’Enza: la vicenda di una mamma finita nel tritacarne di un’indagine degna della caccia alle streghe, solo perché una giovane maestra aveva segnalato un’ecchimosi sulla gamba di una delle figlie.
Le colleghe più anziane, sentite dall'assistente sociale, relazionano in termini positivi riguardo alla condotta della madre, ma ciò non basta a fermare l’infernale meccanismo in movimento.
Solo dopo la sottrazione dei figli, la madre scopre, leggendo il decreto, che i tre minori (rispettivamente di undici, nove e sette anni) le sono stati tolti per ordine di un giudice e sono stati internati in una struttura segreta. Scopre anche che i servizi sociali, in aggiunta all'accusa fondata sull'ecchimosi, la incolpano di non essere in grado di fare bene la madre: è “disaffettiva e poco adeguata, i minori portano i segni della deprivazione affettiva”. Le assistenti sociali le annunciano che la sua audizione è già stata fissata per il 19 maggio dell’anno successivo, quindi, molti mesi dopo.»

Concludo proseguendo con le parole dell’avvocato Di Grazia, e con il suo stesso auspicio finale:

«Come ai tempi di Erode è come un grimaldello per entrare nel sistema di giustizia minorile e spiegare tutto quello che non funziona. Per esempio, i principi di civiltà giuridica, tra quali il diritto di difesa, non sono rispettati nonostante le innovazioni legislative del giusto processo.
Il testo contiene una summa degli abusi procedurali, commessi dai giudici in simbiosi con gli operatori sociali, che si ripetono continuamente nello svolgimento della vicenda.
Si tratta di uno strumento prezioso, scritto profeticamente in epoca non sospetta, immune dal rischio di strumentalizzare e da quello di essere strumentalizzato. Può aiutare a capire quanto di profondamente sbagliato sussiste nella nostra giustizia minorile, ma è anche una sorta di manuale di comportamento per chi abbia a che fare con i servizi sociali e i giudici del settore.
L’auspicio era che i politici di ogni colore ne prendessero coscienza: forse è la volta buona.»


Anna Colombo vive e lavora in provincia di Como.
Nel 2000, conseguita la laurea in Lettere moderne presso l’Università degli Studi di Milano con una tesi sulla simulazione del parlato nella commedia dell’arte (della quale un estratto è stato pubblicato su ACME, Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia), lavora per un breve periodo presso la Big Chief di Gallarate (Varese), una piccola casa editrice di testi didattici multimediali per bambini.
Nasce qui la sua passione per l’editoria dedicata all'infanzia, che la spinge a partecipare tra il 2002 e il 2006 ad alcuni concorsi letterari ottenendo premi e riconoscimenti, con pubblicazione dei racconti premiati nelle relative antologie: Un Prato di Fiabe (segnalazione nel 2002 e primo premio nel 2003), Castel Ritaldi, paese delle fiabe (secondo premio nel 2003), Una favola per la pace (segnalazione nel 2006).
A questo interesse affianca quello per il mondo del no profit e del volontariato, e la frequentazione di corsi post laurea dedicati alla scrittura.
Lavora intanto come assistente di redazione presso La Stampa, IlSole24ORE, Ediblu, nonché come autrice e collaboratrice esterna per Xenia Edizioni, con cui pubblica Gli stili di vita sostenibili (2005) e Il manuale del consumatore consapevole (2011).
Dopo aver frequentato la Scuola di Editoria Piamarta di Milano, ha collaborato come correttrice di bozze con Euro Publishing e Foto Edizioni e, dal 2009, lavora alla revisione di testi per Edizioni il Ciliegio, con cui ha anche pubblicato, nel 2015, il libro per ragazzi Johnny Porcospino.

Salvatore Di Grazia, nato a Capodistria nel 1945, vive a Rimini, dove esercita la professione di avvocato matrimonialista in utroque, nei tribunali civili ed ecclesiastici. Ha svolto attività didattica e di ricerca in Diritto Canonico ed Ecclesiastico presso varie Università, per ultima quella di Bologna. Ha prodotto diverse pubblicazioni di argomento giuridico.


15/11/16

Il codice paterno insegna a costruire l’autostima dei nostri figli

In una società sempre più sfaccettata e dove i ruoli all’interno della famiglia non sono più quelli tradizionali del secolo scorso, sempre più genitori si pongono delle domande che riguardano l’educazione dei propri figli. Laura Romano, nei suoi libri, offre spesso delle linee guida che affondano le radici nell’analisi sociologica e pedagogica della vita quotidiana.
Il suo libro Paterno, paternità, padre ha ottenuto nei giorni scorsi il marchio della MicroEditoria di Qualità a Chiari.  Di seguito vi proponiamo un articolo che Romano ha scritto appositamente per il blog de Il Ciliegio. 

Paterno, paternità, padre
Ormai da alcuni decenni, l’informazione, la letteratura scientifica, il senso comune segnalano l’assenza del padre, della sua figura e del suo ruolo e la mancanza di quello che viene definito il codice paterno – ovvero un particolare stile e approccio educativo – in famiglia come nelle istituzioni formative ed educative (in primis, la scuola); ovviamente, a tale assenza, a tale mancanza fanno da correlato atteggiamenti e comportamenti di bambini e ragazzi che inquietano e, talvolta, allarmano genitori, insegnanti ed educatori.
Sempre più spesso si sente parlare di generazioni del “tutto e subito”, di ragazzi privi non soltanto di valori, ma anche di progettualità, di obiettivi, nei quali sembrano non radicarsi mai autonomia, autoreferenzialità e senso di responsabilità personale, quasi si trattasse di un vuoto etico incolmabile.
Il passo successivo è quello di affermare, sconsolati, che è venuta meno la società educante; a partire dalla famiglia e via via facendo riferimento ad ogni altro contesto nel quale le bambine e i bambini, le ragazze e i ragazzi trascorrono il loro tempo, fanno le loro esperienze, si confrontano con un sociale via via più allargato e complesso, l’amara constatazione è che qualcosa di estremamente rilevante sia andato perduto.
Ma cosa, esattamente?
A mio avviso, ciò che è andato perduto – o, meglio, che risulta carente, in modo più o meno marcato – è appunto il codice paterno.
Una precisazione appare essenziale: il codice paterno non attiene soltanto all’uomo/padre, bensì è presente – evidentemente – anche nella donna/madre (così come viceversa); il codice, infatti, va inteso come un particolare stile educativo, come un peculiare approccio pedagogico, come la volontà e la capacità di porsi in relazione offrendo alcuni elementi imprescindibili per un armonico sviluppo della personalità.
Se il codice materno – essenziale, soprattutto nelle prime fasi di vita del bambino – offre accoglienza, contenimento, supporto, soddisfacimento dei bisogni, amore incondizionato, protezione…. – il codice paterno insegna che vi sono limiti e regole, che occorre provarsi anche nelle difficoltà, tollerare le frustrazioni e le fatiche cui la vita inevitabilmente espone; che è necessario saper differire la gratificazione e impegnarsi per raggiungere i propri obiettivi; il codice paterno richiede di mettere in gioco capacità, competenze, abilità e di impegnarsi per gestire i propri punti di debolezza, ovvero indica la via per costruire un’autentica autostima.
Il codice paterno educa alla reciprocità, all’autonomia, all’autoreferenzialità e, soprattutto, all’assunzione di responsabilità, senza scorciatoie che cancellino le delusioni, gli inevitabili fallimenti, le frustrazioni, gli errori.
L’assenza - o la carenza - di tale codice, dunque, produce personalità fragili e, contemporaneamente, pretenziose, convinte che tutto sia dovuto, che ogni bisogno possa essere soddisfatto, che la fatica e l’impegno personale non siano richiesti o necessari.
È in questo senso, quindi, che c’è bisogno di padre, del suo ruolo, della sua figura educativa; il codice paterno, evidentemente, è complementare a quello materno, ma altrettanto indispensabile se si desidera accompagnare nel loro percorso le donne e gli uomini di domani.


Laura Romano
Laura Romano Laura Romano è nata a Como nel 1969. Laureata in Lettere Moderne e in Scienze dell’Educazione, svolge attività libero professionale in qualità di consulente educativa e formatrice. Lavora presso il proprio studio privato di consulenza pedagogica e svolge collaborazioni professionali presso vari Enti pubblici e privati in aree e ambiti differenti (salute mentale, infanzia, adolescenza, terza/quarta età). Particolarmente interessata alle tematiche relative all’adolescenza e alla femminilità, ha pubblicato Sereno variabile. Ascoltare gli adolescenti e capire quando preoccuparsi; Lividi. Storie di donne ferite; Come le fasi della Luna. Pedagogia della femminilità. Con Edizioni Il Ciliegio ha pubblicato La fiaba e la figura femminile e Giochi e giocattoli