Visualizzazione post con etichetta libro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta libro. Mostra tutti i post

13/01/21

Lo "Smart working" esisteva già cinquant’anni fa!


Soprattutto durante la prima fase dell’emergenza sanitaria si è molto sentito discutere di smart working. Qualcuno ha esaltato questa forma di lavoro più flessibile sostenendo che debba essere potenziata anche quando il Covid19 sarà solo un brutto ricordo; altri, da subito, hanno manifestato qualche scetticismo in più.

Come qualsiasi fenomeno sociale, culturale ed economico anche lo smart working non lo si può adottare nella sua forma più estensiva senza che prima venga seriamente valutato e regolamentato da tutti gli attori coinvolti: imprenditori, lavoratori, classi dirigenti, ecc…

Già prima della pandemia la precarizzazione e la discriminazione di genere in alcuni settori del mondo del lavoro è proliferata senza che si sia tentato di arginarle. In questo illuminante articolo che Irena Schiavetta ci propone possiamo trarre interessanti spunti di riflessione: il passato non va dimenticato per non compromettere le conquiste che crediamo acquisite e il nostro futuro.   

i.b.

di Irene Schiavetta

L’Osservatorio del Politecnico di Milano definisce lo smart working ”una nuova filosofia manageriale fondata sulla restituzione alle persone di flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati”. Ma è tutto oro quello che luccica? Ed è veramente “nuovo” come sembra?

Ebbene, bisogna ricordare che a partire dagli anni Sessanta è già esistito, in Italia, quello che oggi chiamiamo “smart working”, una modalità di “lavoro agile” che interessava un ben preciso tipo di lavoratori: le donne.

Le coordinate generali dell’occupazione femminile, in quegli anni, erano legate indissolubilmente a una serie di tradizioni, abitudini e convinzioni molto radicate nella società. Ad esempio, era prassi comune che le donne, quando si sposavano, fossero licenziate alla nascita del primo figlio (ma anche oggi, quante devono accettare un trattamento simile?). Nello stesso tempo, gran parte del lavoro agricolo continuava a essere svolto da loro, che dovevano quindi barcamenarsi tra la fatica nei campi e quella in casa (compreso l’allevamento dei figli, visto che non esistevano adeguate strutture per l’infanzia). La società italiana era ancora di stampo patriarcale, le donne erano tenute a casa dal legame con i figli e la loro attività lavorativa era considerata sempre “gratis data”, pur essendo pesante. La divisione dei ruoli era rigida: l’uomo si preoccupava del reddito, la moglie era una casalinga. Se poi tra le sue mansioni c’erano quelle, come detto, di contadina o lavoratrice precaria, non erano che inevitabili conseguenze della sua “naturale” condizione. Quindi, dovute.

Occorre considerare che nelle fabbriche, a partire dalla seconda metà degli anni ’50, la meccanizzazione era andata avanti a passi da gigante. Di conseguenza, soprattutto nel terziario e in particolari nei settori industriali quali ad esempio la meccanica di precisione e la costruzione di apparecchiature elettriche, gli operai qualificati potevano essere sostituiti – con grande risparmio – da donne. Erano perfette perché costituivano una manodopera flessibile, mobile, erano adatte a mansioni non qualificate e molto ripetitive, che tuttavia richiedevano abilità, precisione, pazienza. Man mano che passavano gli anni, quindi, soprattutto nelle aree urbane, le donne furono sempre più spesso impegnate in lavori a domicilio che andavano dalla sartoria all’assemblamento di ingranaggi elettrici, dalla costruzione di giocattoli alla creazione di monili. Erano attività precarie e intermittenti, difficili oggi da ricostruire dettagliatamente, ma che avevano un punto in comune: l’assenza di ogni garanzia e tutela.

Anche le donne regolarmente assunte non se la passavano meglio: nelle fabbriche spesso erano relegate nelle categorie e qualifiche più basse e private di ogni possibilità di avanzamento di carriera, con discriminazioni salariali (che nel mondo del lavoro femminile esistono ancora oggi!).

A partire dagli anni Sessanta quindi questo antenato dell’attuale “smart working”, il lavoro a domicilio, è stato comune tra le donne. Spesso il reddito del capofamiglia non era sufficiente, ma contemporaneamente la moglie doveva essere a casa a tempo pieno per seguire la famiglia. Molte grandi aziende d’altronde attuavano un deciso decentramento produttivo, per cui diverse fasi della lavorazione erano svolte tramite imprese minori, fino al lavoro a domicilio, l’ultimo anello di questa catena, una modalità lavorativa caratteristiche elevate di sfruttamento, ritmi di lavoro massacranti e spesso condizioni igienico-sanitarie precarie per tutta la famiglia (in caso di utilizzo di sostanze nocive nell’ambiente domestico).

D’altra parte, le stesse lavoratrici tendevano a considerare positivamente l’enorme vantaggio di potere restare a casa senza apparenti obblighi e imposizioni di orario, scambiando per libertà quella che era invece l’espressione massima dello sfruttamento e dell’emarginazione.

Nel romanzo “La tabacchiera di Otto Schmitt” vediamo la protagonista, Carmelina Spadafora, originaria della Calabria e trasferitasi nel Nord Italia nel paesino di Colombano, costretta dalle circostanze a trovare un lavoro a domicilio, per poter guadagnare qualcosa pur avendo una figlia in età scolare e nessuna specializzazione. Non sarà la prima, né l’ultima delle difficoltà che dovrà affrontare, dal giorno in cui, con un matrimonio combinato, ha lasciato la Calabria per un viaggio interminabile…

 

Irene Schiavetta vive a Savona con il marito e i figli e insegna pianoforte presso il Conservatorio di Cuneo, dove è vicedirettore. Ha scritto commedie brillanti, racconti, il romanzo Le tre signore (Coedit, premiato in concorsi internazionali); testi di letteratura (pubblicati da Atlas); cinque libri gialli con Fiorenza Giorgi, fra cui Il mistero di San Giacomo (Fratelli Frilli); il racconto per bambini L’Occhio di Bubuz (il Ciliegio). Ha pubblicato inoltre testi di didattica musicale tra cui Primo Piano, Il nuovo Centone (Carisch) e Mai troppo piano, Il Millione, Su e giù per le scale, Pianopiùforte (Dantone).

La tabacchiera di Otto Schmitt è il suo ultimo lavoro letterario recentemente pubblicato da Edizioni Il Ciliegio.

07/09/19

Nel 2013 Il Ciliegio pubblica il libro “Come ai tempi di Erode”. Le analogie, sei anni dopo, tra ciò che Salvatore Di Grazia ha raccontato nel suo libro e l’inchiesta di Reggio Emilia “Angeli e Demoni”.


L’estate 2019 che sta inesorabilmente finendo, non sarà ricordata solo per la rocambolesca crisi di governo che ha capeggiato in tutte le prime pagine dei nostri giornali, ma anche per i fatti di Bibbiano, comune entrato nell'inchiesta “Angeli e Demoni” della Procura di Reggio Emilia. Un’inchiesta sconvolgente, che sta portando alla luce un sistema di affidi illeciti di minori da parte di persone dalle quali ci si aspetterebbe ben altro. Non è ovviamente il caso di generalizzare, una o più mele “corrotte” non sono sufficienti per demolire il lavoro e la professionalità di tanti operatori sociali che lavorano a stretto contatto con famiglie e bambini e che si prodigano per dare loro la giusta assistenza. Tuttavia, quando Anna Colombo, una delle nostre editor più capaci, si è ricordata del lavoro che aveva svolto nel 2013 insieme all'avvocato Salvatore Di Grazia, dando alla luce per le Edizioni Il Ciliegio il libro Come ai tempi di Erode - Le prassi anomale della giustizia minorile, non ho resistito a chiederle un approfondimento; approfondimento che è stata lieta di inviarmi dopo essersi nuovamente confrontata con l’avvocato Di Grazia. Nel 2013, in tempi ancora non sospetti, l’autore di Come ai tempi di Erode aveva già chiaro come certe anomalie giudiziarie potevano essere distanti dalla realtà dei fatti.
Vi proponiamo, dunque, questo contributo. Buona lettura.

i.b.

di
Anna Colombo

Ai miei occhi, il ruolo dell’assistente sociale ha sempre avuto, fin da quando ero ragazzina, un valore positivo.
Nella mia famiglia e nella cerchia degli amici, infatti, c’erano allora e ci sono ancora oggi persone occupate con passione e onestà in questo settore della pubblica amministrazione.
Sono incappata per la prima volta nella rappresentazione dell’assistente sociale come una persona malevola e umorale, vedendo, tanto tempo fa, un film con Francesco Nuti e Ornella Muti che all'epoca aveva riscosso un certo successo: era piena di pregiudizi, pronta a togliere senza troppi scrupoli un bambino al padre e ovviamente “acida” e donna, se ci fosse bisogno di precisarlo.
Uno stereotipo, avevo riflettuto, una figura molto ben interpretata e che funzionava perfettamente ai fini dello svolgimento della trama.
Nella mia mente quella stessa figura si è riaffacciata molti anni dopo, quando ho avuto occasione di collaborare con l’avvocato Salvatore Di Grazia alla revisione del suo libro Come ai tempi di Erode - Le prassi anomale della giustizia minorile: un testo che mi aveva molto colpita perché, chiaramente, non mi trovavo più davanti alla rappresentazione di stereotipi, bensì in presenza del racconto dettagliato e circostanziato di un caso di allontanamento di minori dalla famiglia, un caso pieno di elementi controversi e ambigui.
Così, in questi giorni, all'esplodere delle notizie su Bibbiano, mi è tornato alla memoria, suscitando in me ancora una volta il desiderio di capire meglio e fare chiarezza, quel libro pubblicato da Edizioni il Ciliegio nel 2013, in tempi decisamente non sospetti, lontano da qualsiasi volontà di strumentalizzare un doloroso episodio di cronaca.
Ho pensato allora di chiedere all'avvocato Di Grazia di aiutarmi a comprendere se esistono e quali sono i punti di contatto tra le vicende attuali e quanto da lui raccontato nel libro. Riporto la sua riflessione, a beneficio di tutti i lettori che si pongono delle domande su questi fatti, caratterizzati da una complessità che il clamore mediatico tende spesso più ad appiattire che a dipanare.

Come ai tempi di Erode.
Le prassi anomale della giustizia minorile 
«La vicenda descritta nel libro Come ai tempi di Erode - Le prassi anomale della giustizia minorile è, come quelle della Val d’Enza, il paradigma delle deviazioni e delle anomalie della giustizia minorile nella gestione dei casi di sottrazione di bambini alla loro famiglia. Sono casi che, spacciati come esempi di buona amministrazione, evidenziano un problema di mancata tutela dei diritti umani. 
Le analogie tra il caso della mamma alla quale furono sottratti in una mattina d’autunno tre bambini e quelli delle mamme di Bibbiano è impressionante: i provvedimenti del giudice arrivano come un fulmine a ciel sereno in qualsiasi momento sulla vita delle persone, senza che i diretti interessati sappiano con precisione le ragioni e i presupposti di quel che sta loro capitando. Nessuna garanzia processuale, dunque, nemmeno la possibilità di ricorrere a un giudice superiore contro provvedimenti provvisori che durano anni. 
Il libro racconta una storia vera come quelle della Val d’Enza: la vicenda di una mamma finita nel tritacarne di un’indagine degna della caccia alle streghe, solo perché una giovane maestra aveva segnalato un’ecchimosi sulla gamba di una delle figlie.
Le colleghe più anziane, sentite dall'assistente sociale, relazionano in termini positivi riguardo alla condotta della madre, ma ciò non basta a fermare l’infernale meccanismo in movimento.
Solo dopo la sottrazione dei figli, la madre scopre, leggendo il decreto, che i tre minori (rispettivamente di undici, nove e sette anni) le sono stati tolti per ordine di un giudice e sono stati internati in una struttura segreta. Scopre anche che i servizi sociali, in aggiunta all'accusa fondata sull'ecchimosi, la incolpano di non essere in grado di fare bene la madre: è “disaffettiva e poco adeguata, i minori portano i segni della deprivazione affettiva”. Le assistenti sociali le annunciano che la sua audizione è già stata fissata per il 19 maggio dell’anno successivo, quindi, molti mesi dopo.»

Concludo proseguendo con le parole dell’avvocato Di Grazia, e con il suo stesso auspicio finale:

«Come ai tempi di Erode è come un grimaldello per entrare nel sistema di giustizia minorile e spiegare tutto quello che non funziona. Per esempio, i principi di civiltà giuridica, tra quali il diritto di difesa, non sono rispettati nonostante le innovazioni legislative del giusto processo.
Il testo contiene una summa degli abusi procedurali, commessi dai giudici in simbiosi con gli operatori sociali, che si ripetono continuamente nello svolgimento della vicenda.
Si tratta di uno strumento prezioso, scritto profeticamente in epoca non sospetta, immune dal rischio di strumentalizzare e da quello di essere strumentalizzato. Può aiutare a capire quanto di profondamente sbagliato sussiste nella nostra giustizia minorile, ma è anche una sorta di manuale di comportamento per chi abbia a che fare con i servizi sociali e i giudici del settore.
L’auspicio era che i politici di ogni colore ne prendessero coscienza: forse è la volta buona.»


Anna Colombo vive e lavora in provincia di Como.
Nel 2000, conseguita la laurea in Lettere moderne presso l’Università degli Studi di Milano con una tesi sulla simulazione del parlato nella commedia dell’arte (della quale un estratto è stato pubblicato su ACME, Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia), lavora per un breve periodo presso la Big Chief di Gallarate (Varese), una piccola casa editrice di testi didattici multimediali per bambini.
Nasce qui la sua passione per l’editoria dedicata all'infanzia, che la spinge a partecipare tra il 2002 e il 2006 ad alcuni concorsi letterari ottenendo premi e riconoscimenti, con pubblicazione dei racconti premiati nelle relative antologie: Un Prato di Fiabe (segnalazione nel 2002 e primo premio nel 2003), Castel Ritaldi, paese delle fiabe (secondo premio nel 2003), Una favola per la pace (segnalazione nel 2006).
A questo interesse affianca quello per il mondo del no profit e del volontariato, e la frequentazione di corsi post laurea dedicati alla scrittura.
Lavora intanto come assistente di redazione presso La Stampa, IlSole24ORE, Ediblu, nonché come autrice e collaboratrice esterna per Xenia Edizioni, con cui pubblica Gli stili di vita sostenibili (2005) e Il manuale del consumatore consapevole (2011).
Dopo aver frequentato la Scuola di Editoria Piamarta di Milano, ha collaborato come correttrice di bozze con Euro Publishing e Foto Edizioni e, dal 2009, lavora alla revisione di testi per Edizioni il Ciliegio, con cui ha anche pubblicato, nel 2015, il libro per ragazzi Johnny Porcospino.

Salvatore Di Grazia, nato a Capodistria nel 1945, vive a Rimini, dove esercita la professione di avvocato matrimonialista in utroque, nei tribunali civili ed ecclesiastici. Ha svolto attività didattica e di ricerca in Diritto Canonico ed Ecclesiastico presso varie Università, per ultima quella di Bologna. Ha prodotto diverse pubblicazioni di argomento giuridico.


26/03/19

Come nasce un libro per bambini: "La vita dell'apetta Linda"


di Liliane Laemmle



Mi chiamo Liliane Laemmle, sono nata in Brasile, anche se ho un cognome tedesco. Nel 2003 ho voluto venire a cercare “fortuna”, si fa per dire, in Italia.

Ho deciso di venire nel vostro Paese per ampliare le mie conoscenze sul design italiano, la cultura del bello e del fare bene; per capire cosa ci fosse di tanto speciale. Per rimanere ho dovuto affrontare momenti difficili soprattutto a causa della burocrazia. Rimanevo tre mesi, andavo via, poi ritornavo, e così ho fatto per un anno.

Per andare al lavoro prendevo un treno minuscolo, uno di quelli con un’unica carrozza. Ho visto molte realità in quel trenino… inclusa la mia. Non avrei mai pensato di essere straniera (o extracomunitari come si usa dire qua) in un Paese. Pensavo che non avrei mai dovuto affrontare così tanti problemi. Tutte queste differenze che vedevo ogni giorno mi hanno fatto crescere molto come persona: ho iniziato ad apprezzare molto di più le differenze.

Per fortuna non ho avuto difficoltà a integrarmi. Forse il sorriso e la spensieratezza della mia cultura mi hanno aiutata ogni giorno a fare nuove amicizie.

Mi sono impegnata a imparare meglio che potevo la lingua italiana, senza trascurare la pronuncia, gli accenti, volevo essere ben accetta nella società.
Poi, nel 2006, ho avuto la fortuna di ottenere la cittadinanza tedesca, grazie al mio bisnonno, sono diventata cittadina europea e le porte dell’Italia si sono spalancate definitivamente.

A volte penso che le mie origini di migrante in Brasile, origini che affondano le radici in una famiglia che si è data molto da fare, abbiano influenzato il mio spirito di avventura e mi abbiano incentivata a perseverare, senza farmi sopraffare dallo sconforto.

Per questo, se un giorno mia figlia avesse la curiosità di andare a conoscere altri popoli, vorrei che fosse il più aperta possibile mentalmente. Mi auguro che possa avere unaccoglienza come quella che io ho avuto qui in Italia grazie ad alcune persone meravigliose.

Per integrarsi bene, bisogna rispettare e studiare la cultura locale, essere curiosi, avventurosi.
Per questo è nata una storia che parla di avventura, di accoglienza, di stima per gli immigrati: tutto quello che vorrei che la mia bimba avesse come sue caratteristiche, e che magari potesse condividere con la figlia di Iolanda.

Tutto è iniziato da una chiacchierata tra me e Iolanda nel 2016 sul fatto di disegnare qualcosa a mano per poter dare vita a una storia divertente da lasciare alle nostre bambine come nostro ricordo. Era solo un pensiero che ci era venuto in mente nei nostri tanti incontri, ma che ha preso velocemente corpo.

Un po’ alla volta abbiamo scritto la storia della vita di mia figlia, che, ogni anno, seguiva i suoi genitori nei viaggi in Brasile per andare a trovare i parenti, ma anche per farle conoscere quella che è la sua città natale, il suo Paese di origine e la cultura che esso esprime. Iolanda era d’accordo perché rappresentava molto anche la vita di sua figlia, che nutriva sempre molta curiosità per questi posti lontani, spesso sconosciuti, dove vivevano bambini in difficoltà e bisognosi di aiuto.

Il progetto è così nato, e non molto tempo dopo avevamo scritto e illustrato un libro. Iolanda ha strutturato la bozza e ci siamo dette: “Perché no? Perché non presentare il nostro lavoro a una o più case editrici per vedere se può essere interessante la nostra storia? E così è stato. Iolanda si è presentata alla casa editrice “Il Ciliegio” e ha trovato una persona molto disponibile ed empatica che ha capito che la storia messa in un certo modo poteva essere interessante.

L’idea principale era di insegnare alle nostre bimbe ciò che ci caratterizzava: ovvero questa specie di “fiamma” che ci porta ad aiutare il prossimo, che Iolanda ed io siamo due persone diverse, ma che possiamo felicemente convivere ed imparare l’una dall’altra. Volevamo sottolineare l’importanza di essere gentili con gli altri, indipendentemente dal fatto che siano conosciuti o meno. Desideravamo tirar fuori quell’energia che tutti hanno dentro, ma che spesso non esprimono.

Abbiamo scelto di raccontare e rappresentare la storia di un’ape con le ali a forma di cuore, le antenne e tutto il resto (tutti simboli di diversità) per poter mostrare alle nostre bimbe che è possibile essere degli esseri umani migliori.

Non sappiamo cosa riserverà loro il futuro, ma crediamo che sia giusto educarle in questo modo: lasciando impressa, in un libro per bambini, tutta la bellezza di imparare a convivere con le differenze, senza pregiudizio e senza volere nulla in cambio. Spiegando che è possibile scoprire il mondo senza rimanere chiusi nel proprio Paese di origine. Ci piace pensare che il mondo del futuro possa essere di tutti, privo di barriere: come è oggi Internet (se usato a fin di bene), che ci dà l’opportunità di aiutare e avvicinare i popoli della Terra. Le barriere dividono, ci ricordano la razza delle persone rimarcando le differenze, mentre dovremmo pensare che siamo tutti esseri umani diversamente uguali”, con i propri bisogni e diritti essenziali.
Perché un’ape?

Abbiamo trovato nell’ape un veicolo perfetto dei nostri valori, che oltre a produrre il miele dalle proprietà terapeutiche, è un insetto così prezioso per noi e anche per la salute dei bambini e del pianeta.

L’ape è una grande lavoratrice, attivissima in società, nata per il lavoro di squadra. Ha un innato rispetto per il prossimo. Le api si aiutano a vicenda e alcune storie di questi incredibili insetti dovrebbero essere prese come esempi: si pensi a quelle api che per qualche motivo arrivano all’alveare sporche di veleno, le “amiche” si impegnano a ripulirle velocemente per non farle morire e per non contaminare l’alveare. Un lavoro di famiglia, di equipe.

Inoltre l’ape è persistente, paziente… insomma: è un insetto speciale, molto intelligente.
Nella vita operosa e altruistica delle api, sempre in viaggio, abbiamo voluto trovare delle analogie con la vita di tanti bambini che oggi sono divisi tra due Paesi; che quando possono vanno a trovare i parenti lontani e respirano un’aria spesso molto diversa dal Paese che li ospita.

Oppure quei piccoli che hanno due case perché i loro genitori non stanno più insieme, e così, seppur in modo diverso, portano avanti due piccoli mondi paralleli che devono coesistere nella loro vita.
“Quanto gli piace avere due case” due nazioni, due lingue, amici e parenti dalle due parti... Nonni di qua e di là.

Scrivere questo libro è stato un modo per riuscire a spiegare il perché dei nostri spostamenti tra Brasile e Italia con tanti bagagli e sacrifici.

Ed è così che nasce La vita dell’apetta Linda: avventura, buon cuore, ma anche divertimento e spensieratezza. L’obiettivo è vivere bene e cogliere i bei momenti del presente e quelli che si presenteranno in futuro.

A volte mi chiedo: “Perché sono qui, in Italia?”, e la risposta è: “Perché ho avuto la fortuna di conoscere persone d’oro che mi hanno aiutata in momenti difficili”. Momenti che ogni straniero può vivere in un Paese che non è il suo; lontano dalla sua famiglia e dalle diverse abitudini.

La stessa Iolanda, è una di queste persone che mi ha aiutato con la sua generosità. Ho imparato molto da lei, in questi anni di amicizia. Ci conosciamo dal 2006. Il libro è stato un sogno realizzato. La volontà quella di lasciare il mio nome qui, in Italia, dove vivrò per tanti anni della mia vita, segnando il mio passaggio in questa terra. Devo tutto questo all’insistenza della mia amica Iolanda Monacelli e al sostegno della casa editrice Il Ciliegio.

Infine vorrei ringraziare mio marito Gabriele Trapella, perché lui ha rifatto il libro da capo per poter essere così com’è: lo ha ridisegnato tutto a computer. Se non ci fosse stato lui, non saremmo mai riuscite a ottenere la qualità grafica che abbiamo ottenuto.


Iolanda Monacelli, nata a Modena, diplomata in Grafica pubblicitaria e fotografia, lavora come grafica freelance.

Liliane Laemmle laureata in Disegno industriale, ama da sempre realizzare anche illustrazioni per bambini. Dal 2003 vive tra il Brasile e Reggio Emilia.

02/10/18

Sofonisba Anguissola, prima pittrice italiana di fama internazionale. La sua incredibile storia è ora un romanzo.


Ci sono vite che a raccontarle sono già un romanzo. Non hanno bisogno di un’ispirazione creativa per rivelarsi nella loro trama e nel loro intreccio. Nonostante ciò, quando intorno a una biografia si costruisce una narrazione letteraria, l’autore che si cimenta in questo tipo di opera si assume una pesante responsabilità: non può tradire lo spirito dei suoi protagonisti. È costretto a un lavoro cavilloso, a uno sforzo di immaginazione là dove la Storia con i suoi documenti non è arrivata. Chiara Montani ha accolto la sfida che le ha lanciato l’eroina di cui ha voluto scrivere; la pittrice Sofonisba Anguissola. Nell’articolo che pubblichiamo di seguito, Montani ci spiega chi era Sofonisba. Il suo romanzo, intitolato Sofonisba. I ritratti dell’anima, sarà nelle librerie il prossimo mese di novembre.  

La copertina di Sofonisba. I ritratti dell'anima
in uscita per Edizioni Il Ciliegio a novembre 2018
Avventurosa e intensa, la vita di Sofonisba Anguissola ha tutti i presupposti per appassionare al pari di un romanzo, o di un’ottima sceneggiatura per un film in costume. Questo è ciò che ho pensato la prima volta che mi sono imbattuta in questa straordinaria donna e artista, durante le lezioni di storia dell’arte tenute dal professor Caroli, ai tempi dell’Università.
E proprio con un romanzo ho voluto oggi raccontarla, concentrandomi solo sulla prima metà della lunghissima vita della pittrice. L’arte è il filo conduttore che si intreccia con l’ossatura della trama, facendosi strumento per portare alla luce caratteri, relazioni e stati d’animo. Nel rispetto della realtà storica e dei documenti giunti fino a noi, mi sono inserita con la fantasia fra le molte lacune biografiche e, usando spesso come guida anche i dipinti, ho attribuito ai personaggi emozioni e pensieri, in modo da trasformarli in soggetti letterari.

Nata a Cremona nel 1532 da un nobile attivo nella vita pubblica e artistica cittadina, Sofonisba manifesta una precoce inclinazione per le arti. Il padre, con una decisione per quel tempo inconcepibile, accetta di mandarla a lezione da Bernardino Campi, uno dei nomi più significativi sulla scena cremonese. In un’epoca in cui alle donne erano totalmente precluse la formazione e la pratica artistica, fatto salvo qualche rarissimo caso fra le mura di un convento, Sofonisba diventa in breve una ritrattista tanto ricercata e apprezzata da suscitare l’interesse di Michelangelo e quello del Vasari, che ne parla nelle sue Vite. Su desiderio del padre, Sofonisba trasmette poi il suo sapere anche alle sorelle, dando vita a una sorta di bottega familiare di stampo femminile, che resterà un caso del tutto unico.

Chiamata alla corte di Filippo II come dama personale della regina Isabella di Valois, che dovrà iniziare ai segreti della pittura, Sofonisba parte per la Spagna, dove intreccia la sua vicenda con quelle di personaggi storici. Stabilisce un legame privilegiato con la regina, vive intense emozioni e sentimenti e, nonostante i limiti della sua condizione, riesce anche qui ad affermare il suo talento, ritraendo nobili e reali già immortalati dai più grandi artisti dell’epoca.

Quattordici anni dopo Sofonisba è costretta a imbarcarsi di nuovo, questa volta per la Sicilia, dove la aspetta un marito che non ha mai visto e che qualcuno ha scelto per lei.
È l’incontro con una terra che le resterà nel cuore per tutta la vita, tanto da decidere di farvi ritorno in tardissima età. Ed è anche un altro capitolo intenso, segnato dal rapporto con un uomo pieno di contraddizioni, da nuovi incontri, intrighi familiari, una terribile pestilenza e oscuri complotti, in un rincorrersi di eventi che la porteranno dopo sei anni a riprendere ancora il mare.
Sarà proprio nel corso di quel viaggio, cominciato sotto i peggiori auspici, che la pittrice mostrerà tutta la forza del suo carattere per rivendicare il diritto di disporre del proprio destino e, con la prima decisione completamente autonoma della sua vita, scrivere di proprio pugno un futuro nuovo e diverso.

Chiara Montani è architetto di formazione, ha lavorato nel campo del design, della grafica e dell’arte, esplorando varie tecniche e materiali e partecipando a esposizioni in Italia e all’estero. Specializzata in Arteterapia, conduce da anni atelier sulle potenzialità terapeutiche del processo creativo. Collabora come copywriter con diverse web-agency.
I suoi racconti e le sue poesie hanno ottenuto più volte riconoscimenti in concorsi nazionali. “Sofonisba. I ritratti dell’anima”, in uscita a novembre 2018, è il suo primo romanzo ed è stato selezionato fra i dieci finalisti al Premio Letterario Internazionale Indipendente 2016 - sezione inediti.

24/04/18

Scriviamo e pubblichiamo: perché, come funziona? Qual è il compito dello scrittore e quello di chi lavora in casa editrice?



Scriviamo per noi stessi, per essere letti dagli altri, per vedere i nostri sforzi racchiusi fra la prima e la quarta di copertina, per avere il nostro nome in risalto sul dorso di un libro infilato in uno scaffale in libreria. Chi scrive saggi è un divulgatore di sapere, chi si dedica ai romanzi lo fa, invece, perché sente il bisogno di dare un’interpretazione alla realtà. Si scrive narrativa perché è prima di tutto un’esigenza: egocentrismo puro. Si scrive anche se tutto è già stato scritto, e il più delle volte è stato scritto meglio di come abbiamo saputo fare noi, eppure continuiamo a perdere ore di sonno, cene con gli amici, momenti familiari, e continuiamo, mi auguro, a leggere libri anziché fare un po’ più di moto. Ma è doveroso dire che il processo creativo è solo l’inizio di un viaggio.

In vista del suo ultimo libro ho chiesto con insistenza a Giovanni Maria Pedrani, direttore editoriale delle Edizioni Il Ciliegio, di buttare giù qualche riga per questo blog. Ho chiesto di avere un breve articolo col quale fare un po’ di luce su certe dinamiche editoriali. Occupato dal tanto lavoro ci ha messo un po’ a scriverlo, ma alla fine è stato meglio così, perché pochi giorni fa, Catia Proietti, autrice di un bellissimo romanzo di formazione che uscirà fra pochi giorni, del tutto inconsapevole della trattativa che avevo intavolato con Giovanni, mi ha mandato un altro articolo che è anche un atto di umiltà e amore verso il lavoro di chi è nella “stanza dei bottoni” di una casa editrice.

Sono dunque questi due contributi che oggi ho voglia di proporre in questo blog, sempre pronto ad accogliere gli interventi di tanti nostri autori e lettori.

i.b. 

 Una vita da direttore editoriale, 
il libro che svela i segreti delle case editrici
di 
Giovanni Maria Pedrani


Una vita da direttore editoriale
Come si fa a vedere pubblicato il proprio manoscritto gratuitamente, fra le migliaia di fregature vestite da proposte editoriali? Qual è il segreto per fare in modo che un autore possa trarre soddisfazioni dalla propria scrittura? Quanto guadagna una casa editrice? E un autore?

Cominciamo dall’inizio. In principio era il libro. La creatura. Quell’oggetto meraviglioso figlio di un autore, che egli ama e idolatra più di ogni altra cosa.

Per quell’essere prodotto dalla fantasia, dall’intelletto, dalle ansie e dalla passione, l’autore sogna e pretende il meglio. E come succede con la gestione dei figli, cui si vorrebbe donare il mondo, non esiste un prontuario che spieghi come fare il genitore.

Da autore che si poneva alcuni di questi interrogativi e da direttore editoriale, poi subissato da richieste di informazioni da parte dei membri della scuderia, dai nuovi acquisti e anche da chi proponeva dei manoscritti per la prima volta, mi sono reso conto che era necessario dare delle risposte concrete.

E così ci è venuta l’idea di un libro che è una via di mezzo fra il saggio e la testimonianza di vita e che racconta, attraverso l’esperienza di un direttore editoriale, tutti i retroscena di una casa editrice.

Ne è venuta una chiacchierata informale non solo con l’autore esordiente o quello più navigato che vuole qualche dritta, ma anche con chiunque sia interessato a conoscere l’universo editoriale.

Si scopriranno gli attori che ruotano intorno al progetto libro, i costi per realizzarlo e per guadagnarci, i diversi comportamenti delle case editrici per i vari generi letterari, le tecniche più astute di presentare un manoscritto affinché sia selezionato, i trabocchetti dei contratti di cessione dei diritti d’autore, il ruolo delle fiere e dei concorsi letterari, le regole per la pubblicazione della propria opera tradotta all’estero. E poi tanti consigli dalla scrittura del libro ai trucchi per garantire una promozione efficace.

E nello scorrere quelle righe che parlano di un universo professionale, strutturato e organizzato con proprie regole, il lettore scopre che il mondo editoriale delle piccole realtà funziona proprio perché è animato dalla stessa passione delle squadre calcistiche dilettanti che sacrificano tempo per allenarsi e per giocare. La stessa passione di ogni autore che adora la propria creatura.



Giovanni Maria Pedrani risiede a Saronno (VA) è Direttore editoriale delle Edizioni Il Ciliegio. Ha pubblicato numerose opere, ottenendo un centinaio di premi in concorsi letterari. Fra i suoi ultimi scritti si ricordano i romanzi C’è un cadavere sul treno - Assassinio sul Malpensa Express e Nebbie d’estate; il testo umoristico 7.16 in ritardo - ovvero manuale del perfetto pendolare.





La storia non è il libro
di 
Catia Proietti

Da ora in poi
Un giorno ho messo un punto e la storia è finita. Era lì, dentro di me, che spingeva e gridava, bisognosa di aria, di verità, di riconoscimento e poi non c’era più. Proiettata sulle pagine bianche di uno schermo e per questo io di nuovo libera, lei non più solo mia. Perché, quando scrivi, quello che hai detto non è più solo tuo: diventa di tutti. Le immagini che tu hai creato evocano altri mondi, altri spazi, altri volti. Saranno altro. Ogni lettore vivrà una verità diversa e si emozionerà scoprendola in sintonia con quella di un altro. Giocheranno sulla similitudine delle loro riflessioni e ascolteranno stupiti le discrepanze. Perché il fatto che la parola sia scritta, ma per ognuno possa evocare altro, rappresenta di per sé una magia. Il motivo per cui un autore può essere amato da qualcuno e non apprezzato da altri.

E tu hai messo un punto e la storia è finita.

Ma è solo la storia. Non è ancora il libro.

La storia che prima era in te, ora è nel tuo computer, limitata al tuo uso e a quello di pochi stretti e fidati amici.

Il libro è un’altra storia.

Il libro è quell’oggetto che consente al racconto di passare in più mani, superare confini, creare legami, riempire vuoti. Il libro proietta ciò che hai scritto in un oltre a te sconosciuto.

La storia era solo tua. Il libro è la convergenza di tutte quelle professionalità ed energie che lo renderanno tale. E più quelle forze saranno in sincronia tra loro, più la forza della tua storia li avrà pervasi, più il libro viaggerà. È una questione di fiducia e di coerenza.

Fiducia rispetto al messaggio che la storia contiene.

Coerenza rispetto ai suoi principi.

Un libro è il risultato del lavoro di un direttore editoriale, di un grafico, di un editor, di un impaginatore, di un ufficio stampa. La sua dimora è la casa editrice. Più alto è il senso di appartenenza che l’autore avrà sviluppato con la casa editrice, più lungo e ricco di esperienze sarà il viaggio del libro. È un viaggio in tandem, dove un conducente e un passeggero sono entrambi indispensabili per arrivare alla meta, tant’è che smettono di chiedersi chi guida. È un lavoro in team. I pedali sono collegati tra loro da una catena che permette di sincronizzare perfettamente il movimento dei due atleti. Bisogna diventare consapevoli del ritmo del compagno, assecondarne i movimenti in curva perché da due si diventi uno. Significa dare e avere fiducia. Di nuovo questa parola. La stessa che un autore chiede al lettore nel momento in cui inizia a scrivere.

Ti chiedo fiducia. Ascolta la mia storia. Mi sto assumendo di fronte al mondo la responsabilità di ciò che scrivo. Perché quello che è scritto non può essere ritratto. Esiste. Vive.

E più in là, quando il libro avrà lasciato la sua casa e varcato la soglia di librerie e biblioteche, vissuto giornate al freddo nelle fiere e nei mercati dell’editoria, quando sarà stato presentato a pranzi di lavoro e aperitivi, il lavoro continuerà nelle mani del suo acquirente che lo aprirà una volta coricatosi la sera e ne leggerà le prime pagine alla luce di un abatjour.

Un libro inizia a esistere nel momento in cui lo scrittore ha posto il suo punto di fine e pensato di aver tutto concluso.

Si è illuso. A quel punto tutto è appena cominciato.


Catia Proietti è nata e risiede a Roma. Ha conseguito il diploma di laurea di Assistente sociale e lavora come educatrice. Da sempre appassionata di lettura e drammatizzazione, partecipa attivamente ai progetti del comune di Roma per la promozione della lettura in età prescolare e a numerose iniziative culturali. Con i suoi racconti è stata finalista e vincitrice in diversi concorsi letterari; collabora con sceneggiature e scritture a programmi televisivi, riviste on-line, iniziative socio-culturali.

29/01/18

La storia dell'ex Enaoli in un romanzo senza tempo

Istituto Enaoli

Sarà presentato sabato 3 febbraio alle 17.30 nella Sala “Remo Branca” di Iglesias, il libro intitolato Fill’e fortuna della scrittrice Giorgia Loi e pubblicato da Edizioni Il Ciliegio.

Fill’e fortuna è una storia che si racconta nella cittadina mineraria di Iglesias, nell’immediato dopoguerra, quando, nel clima di rinascita e ricostruzione postbellica che ha caratterizzato anche la Sardegna sud occidentale, prende vita un’istituzione: il Collegio “Enaoli”. Inizialmente pensato per accogliere gli orfani del lavoro - arrivati dall’intera isola - e dare loro un’opportunità di crescita e formazione, spalancò le porte del mondo dell’occupazione e della vita a moltissime persone.

Il Collegio “Enaoli” è stato una grande istituzione, che negli anni Sessanta ha inciso a livello nazionale: il suo fondatore fu Emilio Giaccone, che ebbe l’incarico governativo di presidente dell’Ente dalla fine della guerra fino al 1970. L’istituzione ha operato nel Lazio, in Piemonte, in Toscana e in altre regioni. Attualmente è in corso il processo di beatificazione di Emilio Giaccone.

A patrocinare l’incontro sono: il Comune di Iglesias, l’Associazione culturale “Liberi di volare” scrittori iglesienti e l’Associazione culturale “Radici e Ali”.
Alla presentazione interverranno Pietro Martinetti, scrittore e membro dell’Associazione “Liberi di volare”, che svolgerà il ruolo di moderatore della kermesse; Daniela Aretino, archivista e paleografa, il cui intervento sarà incentrato sulla storia dell’istituzione del Collegio “Enaoli”; Barbara Guardo, insegnante, che illustrerà quali furono gli obiettivi pedagogici dell’ex orfanotrofio e come questi obiettivi abbiano alimentato una letteratura di riferimento.

Nel corso della serata Maura Cau, Riccardo Eleuteri ed Ennio Meloni leggeranno dei brani tratti dal libro “Fill’ e fortuna”, mentre Carlotta Calabrò e Carlo Cauli intratterranno il pubblico  esibendosi nel canto con intermezzi musicali e pezzi di sottofondo alla lettura dei brani. È inoltre prevista la testimonianza di ex collegiali dell’Istituto “Enaoli”. 




Trama

Antonio Peddis, classe 1949, arriva da un paesino dell’iglesiente, da una Sardegna arcaica e ancestrale, di miti e leggende che resta scolpita nell’immaginario di ogni isolano affezionato alla propria terra. Figlio di un minatore e di una massaia, erede di una tradizione legata da sempre all’amore per la terra, Antonio scoprirà che la sua strada è stata già tracciata fin dal giorno che la madre lo mise al mondo e con la sua forza e la sua energia, scriverà le pagine del proprio romanzo, che è la vita stessa, per consegnarlo al lettore che si lascerà condurre insieme a lui dai viottoli polverosi della strade di Senis e gli arbusti profumati del Marganai alle aule di un istituto che diventerà la sua casa negli anni della giovinezza, fino a un epilogo che si svelerà da sé nel succedersi naturale degli eventi.  




Giorgia Loi è nata a Iglesias (CI) il 17 giugno 1972 e risiede a Gonnesa (CI). Ha conseguito la laurea in Lettere Classiche presso l’Università degli Studi di Cagliari nel 1999. Nel 2010 ha pubblicato Lettera a Helena con la casa editrice Albatros. Nel 2014 pubblica il romanzo storico Cristalli di quarzo con Edizioni Il Ciliegio. Attualmente insegna letteratura italiana e storia nella scuola superiore.