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15/02/20

Una storia che aiuta mamme e bambini ad affrontare il primo distacco


Quando la mamma va al lavoro
di 
Giorgia Cozza

Da quando scopre che c'è un bimbo in arrivo, il pensiero della mamma è rivolto a lui. Per nove mesi sono un tutt'uno, corpo e anima, due cuori che battono l'uno accanto all'altro. Poi il bimbo nasce, viene accolto in questo mondo nuovo e sconosciuto ed è tra le braccia di sua madre che si "ritrova", che si sente al sicuro, che si sente bene.
Per molte settimane, mamma e bambino continuano a vivere in simbiosi. Nel primo periodo successivo alla nascita, le energie, i pensieri, le preoccupazioni della mamma sono tutte per lui. Vicini, ancora una volta, anima e corpo. Di giorno e di notte.
Perché piange? Mangerà abbastanza? Starò sbagliando? Sarà normale? Quanti dubbi, ma anche quante emozioni. Il suo primo sorriso. Un sorriso che arriva diritto al cuore, lo conquista e lo fa suo, ancora più suo. Le sue manine... La sua voce...
E dopo la fatica dei primi tempi, in cui la donna impara a muovere i suoi primi passi da mamma, quando la neofamiglia ha trovato i suoi ritmi, ecco che arriva un cambiamento.
Un cambiamento importante. Di quelli che separano in modo netto il prima e il dopo.
La mamma e il suo bambino dovranno separarsi. Solo per un poco, certo. Ma quella del distacco è un'esperienza forte per entrambi. È la prima volta in tanto tempo che la mamma si troverà senza il suo bambino accanto, ed è la prima volta nella vita del bambino che la mamma non sarà lì, presenza costante, rassicurante certezza.
Che la mamma si senta pronta per rientrare nel mondo del lavoro o che si trovi ad affrontare questo passo quando vorrebbe ancora del tempo da dedicare in esclusiva al suo bambino, la prima separazione può essere molto faticosa. Spesso porta con sé dubbi, incertezze, timori.
È qualcosa che merita... una storia.
Perché le storie hanno potere, le storie possono aiutare. Possono consolare. Dare forza.
L'albo illustrato “Quando la mamma va al lavoro” parla proprio di una mamma che torna al lavoro e del suo bambino.

Questa è la storia di una mamma che lavora e di Chicco, il suo bambino.
È anche la storia di due nastrini speciali che servono per sentirsi vicini quando si è lontani.

È una storia che nasce da lontano, dall'esperienza delle tante, tantissime mamme (un centinaio!) che ho intervistato scrivendo per La Leche League il saggio "Allattare e lavorare si può", e dai messaggi delle mamme che mi hanno scritto in questi anni, per chiedere un suggerimento, per confidarsi, per sentirsi dire che andrà tutto bene.

“Quando la mamma va al lavoro” si può leggere anche con bimbi molto piccoli, perché la storia è semplice (eventualmente la mamma, leggendo, può semplificare ulteriormente il testo) e le belle illustrazioni dai colori allegri di Cinzia Praticelli sono immediatamente comprensibili.
Il libro è adatto sia per i bambini che sono affidati ai nonni o alla baby sitter, sia per i bambini che frequentano l'asilo nido (o che iniziano la scuola dell'infanzia), perché non viene specificato questo aspetto: abbiamo una mamma e un bambino che durante il giorno sono lontani. Una mamma che va, e poi torna. E quando torna... si fa il pieno di vicinanza e di coccole!  Un messaggio rassicurante, utile anche per i bambini più grandicelli.

Titolo: Quando la mamma va al lavoro
Autrice Giorgia Cozza
Illustratrice Cinzia Praticelli
ISBN: 978-88-6771-698-2
Pagine: 28
Prezzo: €  12,00
Edizione: 2020
Formato: 22x22
Collana: Ciliegine da 3 a 6 anni

Giorgia Cozza è una mamma-giornalista che scrive saggi per genitori e fiabe per bambini. I suoi manuali (Bebè a costo zero, Benvenuto fratellino, Me lo leggi? e tanti altri) sono diventati un importante punto di riferimento per numerose famiglie in Italia e all’estero. Con Il Ciliegio ha pubblicato Ruffo cambia casa, Un fratellino o una sorellina per Tommi, Santamarta. Gli eredi della Terra di Altrove e Avventura tra i ghiacci.

Cinzia Praticelli diplomata all’Accademia di belle Arti di Venezia, ha frequentato vari corsi di specializzazione. È stata guida didattica per la Fondazione Peggy Guggenheim e tiene corsi di pittura e disegno. Per Edizioni il Ciliegio ha illustrato diversi testi tra cui: I Tre Pasticcioni, La mia Supernonna, Aròmia e le saponette magiche, Ohibò! Prima o poi ce la farò. Di Batti le mani e gioca con me è anche autrice.





26/03/19

Come nasce un libro per bambini: "La vita dell'apetta Linda"


di Liliane Laemmle



Mi chiamo Liliane Laemmle, sono nata in Brasile, anche se ho un cognome tedesco. Nel 2003 ho voluto venire a cercare “fortuna”, si fa per dire, in Italia.

Ho deciso di venire nel vostro Paese per ampliare le mie conoscenze sul design italiano, la cultura del bello e del fare bene; per capire cosa ci fosse di tanto speciale. Per rimanere ho dovuto affrontare momenti difficili soprattutto a causa della burocrazia. Rimanevo tre mesi, andavo via, poi ritornavo, e così ho fatto per un anno.

Per andare al lavoro prendevo un treno minuscolo, uno di quelli con un’unica carrozza. Ho visto molte realità in quel trenino… inclusa la mia. Non avrei mai pensato di essere straniera (o extracomunitari come si usa dire qua) in un Paese. Pensavo che non avrei mai dovuto affrontare così tanti problemi. Tutte queste differenze che vedevo ogni giorno mi hanno fatto crescere molto come persona: ho iniziato ad apprezzare molto di più le differenze.

Per fortuna non ho avuto difficoltà a integrarmi. Forse il sorriso e la spensieratezza della mia cultura mi hanno aiutata ogni giorno a fare nuove amicizie.

Mi sono impegnata a imparare meglio che potevo la lingua italiana, senza trascurare la pronuncia, gli accenti, volevo essere ben accetta nella società.
Poi, nel 2006, ho avuto la fortuna di ottenere la cittadinanza tedesca, grazie al mio bisnonno, sono diventata cittadina europea e le porte dell’Italia si sono spalancate definitivamente.

A volte penso che le mie origini di migrante in Brasile, origini che affondano le radici in una famiglia che si è data molto da fare, abbiano influenzato il mio spirito di avventura e mi abbiano incentivata a perseverare, senza farmi sopraffare dallo sconforto.

Per questo, se un giorno mia figlia avesse la curiosità di andare a conoscere altri popoli, vorrei che fosse il più aperta possibile mentalmente. Mi auguro che possa avere unaccoglienza come quella che io ho avuto qui in Italia grazie ad alcune persone meravigliose.

Per integrarsi bene, bisogna rispettare e studiare la cultura locale, essere curiosi, avventurosi.
Per questo è nata una storia che parla di avventura, di accoglienza, di stima per gli immigrati: tutto quello che vorrei che la mia bimba avesse come sue caratteristiche, e che magari potesse condividere con la figlia di Iolanda.

Tutto è iniziato da una chiacchierata tra me e Iolanda nel 2016 sul fatto di disegnare qualcosa a mano per poter dare vita a una storia divertente da lasciare alle nostre bambine come nostro ricordo. Era solo un pensiero che ci era venuto in mente nei nostri tanti incontri, ma che ha preso velocemente corpo.

Un po’ alla volta abbiamo scritto la storia della vita di mia figlia, che, ogni anno, seguiva i suoi genitori nei viaggi in Brasile per andare a trovare i parenti, ma anche per farle conoscere quella che è la sua città natale, il suo Paese di origine e la cultura che esso esprime. Iolanda era d’accordo perché rappresentava molto anche la vita di sua figlia, che nutriva sempre molta curiosità per questi posti lontani, spesso sconosciuti, dove vivevano bambini in difficoltà e bisognosi di aiuto.

Il progetto è così nato, e non molto tempo dopo avevamo scritto e illustrato un libro. Iolanda ha strutturato la bozza e ci siamo dette: “Perché no? Perché non presentare il nostro lavoro a una o più case editrici per vedere se può essere interessante la nostra storia? E così è stato. Iolanda si è presentata alla casa editrice “Il Ciliegio” e ha trovato una persona molto disponibile ed empatica che ha capito che la storia messa in un certo modo poteva essere interessante.

L’idea principale era di insegnare alle nostre bimbe ciò che ci caratterizzava: ovvero questa specie di “fiamma” che ci porta ad aiutare il prossimo, che Iolanda ed io siamo due persone diverse, ma che possiamo felicemente convivere ed imparare l’una dall’altra. Volevamo sottolineare l’importanza di essere gentili con gli altri, indipendentemente dal fatto che siano conosciuti o meno. Desideravamo tirar fuori quell’energia che tutti hanno dentro, ma che spesso non esprimono.

Abbiamo scelto di raccontare e rappresentare la storia di un’ape con le ali a forma di cuore, le antenne e tutto il resto (tutti simboli di diversità) per poter mostrare alle nostre bimbe che è possibile essere degli esseri umani migliori.

Non sappiamo cosa riserverà loro il futuro, ma crediamo che sia giusto educarle in questo modo: lasciando impressa, in un libro per bambini, tutta la bellezza di imparare a convivere con le differenze, senza pregiudizio e senza volere nulla in cambio. Spiegando che è possibile scoprire il mondo senza rimanere chiusi nel proprio Paese di origine. Ci piace pensare che il mondo del futuro possa essere di tutti, privo di barriere: come è oggi Internet (se usato a fin di bene), che ci dà l’opportunità di aiutare e avvicinare i popoli della Terra. Le barriere dividono, ci ricordano la razza delle persone rimarcando le differenze, mentre dovremmo pensare che siamo tutti esseri umani diversamente uguali”, con i propri bisogni e diritti essenziali.
Perché un’ape?

Abbiamo trovato nell’ape un veicolo perfetto dei nostri valori, che oltre a produrre il miele dalle proprietà terapeutiche, è un insetto così prezioso per noi e anche per la salute dei bambini e del pianeta.

L’ape è una grande lavoratrice, attivissima in società, nata per il lavoro di squadra. Ha un innato rispetto per il prossimo. Le api si aiutano a vicenda e alcune storie di questi incredibili insetti dovrebbero essere prese come esempi: si pensi a quelle api che per qualche motivo arrivano all’alveare sporche di veleno, le “amiche” si impegnano a ripulirle velocemente per non farle morire e per non contaminare l’alveare. Un lavoro di famiglia, di equipe.

Inoltre l’ape è persistente, paziente… insomma: è un insetto speciale, molto intelligente.
Nella vita operosa e altruistica delle api, sempre in viaggio, abbiamo voluto trovare delle analogie con la vita di tanti bambini che oggi sono divisi tra due Paesi; che quando possono vanno a trovare i parenti lontani e respirano un’aria spesso molto diversa dal Paese che li ospita.

Oppure quei piccoli che hanno due case perché i loro genitori non stanno più insieme, e così, seppur in modo diverso, portano avanti due piccoli mondi paralleli che devono coesistere nella loro vita.
“Quanto gli piace avere due case” due nazioni, due lingue, amici e parenti dalle due parti... Nonni di qua e di là.

Scrivere questo libro è stato un modo per riuscire a spiegare il perché dei nostri spostamenti tra Brasile e Italia con tanti bagagli e sacrifici.

Ed è così che nasce La vita dell’apetta Linda: avventura, buon cuore, ma anche divertimento e spensieratezza. L’obiettivo è vivere bene e cogliere i bei momenti del presente e quelli che si presenteranno in futuro.

A volte mi chiedo: “Perché sono qui, in Italia?”, e la risposta è: “Perché ho avuto la fortuna di conoscere persone d’oro che mi hanno aiutata in momenti difficili”. Momenti che ogni straniero può vivere in un Paese che non è il suo; lontano dalla sua famiglia e dalle diverse abitudini.

La stessa Iolanda, è una di queste persone che mi ha aiutato con la sua generosità. Ho imparato molto da lei, in questi anni di amicizia. Ci conosciamo dal 2006. Il libro è stato un sogno realizzato. La volontà quella di lasciare il mio nome qui, in Italia, dove vivrò per tanti anni della mia vita, segnando il mio passaggio in questa terra. Devo tutto questo all’insistenza della mia amica Iolanda Monacelli e al sostegno della casa editrice Il Ciliegio.

Infine vorrei ringraziare mio marito Gabriele Trapella, perché lui ha rifatto il libro da capo per poter essere così com’è: lo ha ridisegnato tutto a computer. Se non ci fosse stato lui, non saremmo mai riuscite a ottenere la qualità grafica che abbiamo ottenuto.


Iolanda Monacelli, nata a Modena, diplomata in Grafica pubblicitaria e fotografia, lavora come grafica freelance.

Liliane Laemmle laureata in Disegno industriale, ama da sempre realizzare anche illustrazioni per bambini. Dal 2003 vive tra il Brasile e Reggio Emilia.

25/05/18

Approdano nel porto della casa editrice Il Ciliegio gli Inbook curati da Elisa Vincenzi


di 
Elisa Vincenzi


La casa editrice Edizioni ilCiliegio, da sempre attenta alla cura dei suoi libri e delle sue pubblicazioni, mostra ancora una volta una particolare sensibilità, accingendosi ad affrontare una nuova e importante sfida: l'inserimento in catalogo degli Inbook.

Ma che cosa sono gli Inbook?
Sono libri che vengono tradotti in simboli, al fine di facilitarne l'accesso e la lettura da parte di un pubblico più vasto, rispetto ai libri scritti e stampati in maniera tradizionale.
Le parole vengono affiancate da speciali simboli che, seguendo fedelmente il ritmo narrativo, aiutano a decifrare il contenuto del testo scritto.

I simboli utilizzati sono studiati ed elaborati dal Centro Studi Inbook, che garantisce un modello dinamico e che si sviluppa secondo un metodo scientifico, costantemente monitorato attraverso il confronto con chi ne fruisce.

Nati per andare incontro alle esigenze di bambini e persone con disabilità comunicativa, attualmente gli Inbook si rivolgono a un'utenza molto più ampia.
Nella versione Inbook attualmente Il Ciliegio ha in programma la pubblicazione di Agatino e Col naso all'insù.

Consapevoli dell'importanza di offrire quante più strade possibili per favorire la diffusione della cultura del libro e mossi dalla volontà di accogliere le necessità di ogni lettore, non resta che attendere la risposta del pubblico...



Col naso all'insù
Agatino


Elisa Vincenzi, autrice, vive e lavora in provincia di Brescia. Laureata in Scienze dell’Educazione, si specializza in musicoterapia e in propedeutica musicale (Metodo Ritmìa). Oltre che occuparsi della progettazione e conduzione di Laboratori di creatività, musicoterapiaed educazione al suono e al movimento per bambini e adulti, crede nel valore e nell’importanza delle favole. Per Edizioni il Ciliegio ha pubblica una dozzina di libri per bambini tra questi: La rana Luisa, Mino moscerino cantante; Agatino; Il silenzio cos'è?; Ma è tutto sbagliato!; Amelia e la fiducia; Oltre le nuvole; In giardino cosa c'è. Il suo ultimo libro si intitola Il vento a metà.


14/02/18

Ecco perché scriviamo libri

La letteratura non è la realtà, ma, se è buona letteratura, ha l’innegabile virtù di saperla spiegare. Ha la capacità di sciogliere i nodi ingarbugliati della quotidianità. La letteratura ammanta di emozioni e significati quei nodi: ce li svela. Ed è un po’ quello che è accaduto a Nicole Alice Masieri, studentessa del Corso di laurea in servizio sociale dell'Università di Firenze, dopo aver letto il romanzo di Paolo Pajer Per altre vite. Un libro che le ha lasciato così tanto, che nel rispondere all’autore ha scritto un lungo commento che vale più di molte recensioni formali. Per gentile concessione di Nicole, lo proponiamo integralmente. Sono pagine come queste che ci rendono orgogliosi di fare ancora gli editori.

i.b    



di 
Nicole Alice Masieri

Buongiorno Paolo, se non sono troppo informale le vorrei scrivere dandole del “TU” in visione del nostro futuro rapporto tra colleghi al termine dei miei studi. Ho impiegato più tempo di quanto pensavo a leggerti, mi sono soffermata su molti punti, ci ho riflettuto e me li sono appuntati. Forse il mio commento sarà il più lungo che avrai mai letto sul tuo libro “Per altre vite”, ma ci tengo a esprimerti tutto ciò che ho percepito sia sul lato professionale che personale.

Nelle prime pagine ho rivissuto in parte l’ultimo tirocinio della triennale: l’ufficio, l’attesa, la domanda e l’ascolto partecipato. Una frase che mi ha colpito molto, e che nella mia esperienza, seppur breve, ho notato essere di grande importanza è: “buona parte della moneta più preziosa con cui ci remunera il tempo: i ricordi”. Tempo e ricordi, hanno un legame apparentemente indissolubile, fino a quando la malattia non si impossessa dei ricordi, delle emozioni, del passato e dei legami.

Molte volte, durante il tirocinio, mi domandavo quale fosse il motivo per cui le persone all’interno dell’ufficio si sentissero al sicuro, seppur non avessero mai visto quel posto e conosciuto l’assistente sociale. Mi ha fatto sorridere ritrovare questo mio dubbio nel pensiero di Marco. Vero è che l’ufficio è un luogo in cui le persone vengono accompagnate alla risoluzione dei loro problemi, il più possibile accogliente, ma in molti casi, come la cronaca ci comunica, sono luoghi che si sono macchiati di sangue, di dolore e di paura. 

Ho ritrovato nel libro riferimenti rispetto all’attuale situazione che ci troviamo ad affrontare, la povertà, la mancanza di lavoro che va a colpire un’altra fascia di persone, detta zona grigia. La situazione di svantaggio ad oggi, colpisce anche coloro che hanno sempre avuto un’occupazione, ma che a causa della crisi del 2008 della quale ancora oggi sentiamo gli strascichi, piccole e medie imprese o per evitare il fallimento o a causa del fallimento hanno licenziato un gran numero di lavoratori. Disperati cercano aiuto attraverso i servizi sociali, che purtroppo non hanno le risorse per accogliere tutta la domanda. Mi è capitato spesso di provare frustrazione quando mi sentivo inutile, inerme di fronte al bisogno di una persona che cercava nel servizio solo un modo per far sopravvivere la propria famiglia, ancora prima di se stesso.

Ho colto molto spesso l’empatia di Marco, la sua capacità di saper ascoltare e di rispettare in silenzio lo spazio dell’altro. È altrettanto messo in evidenza come il lavoro dell’assistente sociale è estremamente collegato alla rielaborazione di tutto ciò che vede e ascolta durante una giornata di lavoro o nell’arco di un mese; rimettendo in ordine i pezzi sparsi per creare un quadro tangibile delle situazioni e ritrovarsi a volte di fronte a contesti diversi da come si era immaginato. Il tutto cercando di stare nei tempi, nelle scadenze e soprattutto evitando il burnout.

Il caso della piccola Alice è molto simile ad una situazione che ho conosciuto durante il mio tirocinio: l’attesa che succeda qualcosa di spiacevole e/o di grave per poter intervenire. È una condizione in cui si trovano molti bambini, a mio avviso paradossale, alla quale non ci si dovrà mai abituare. La storia della piccola Alice e di suo padre Vittorio mi ha fatto pensare a come nei libri venga spesso scritto dell’importanza di instaurare un solido rapporto di fiducia tra operatore e utente, ma che, nel lavoro pratico, non sempre funziona in questo modo quando ci si trova difronte a situazioni di violenza.

Ho apprezzato inoltre come in poche righe descrivi la percezione che le donne maltrattate hanno nei confronti degli uomini maltrattanti. E come, non tanto lontano da Marco, aveva il chiaro esempio di quella trappola psicologica, ciclica che si era impossessata di Selene. Un altro tema a cui sono particolarmente interessata è la violenza assistita, nel libro la definisci “mina antiuomo”, penso che tu abbia colto completamente ciò che provoca nell’immediato e negli anni, imprigionando futuri adulti tra i propri fardelli di dolore e sofferenza.

Ho apprezzato moltissimo il racconto del vissuto di Marco: sberle, pugni, alcol, fumo, sogni, sorrisi immaginati e infine l’allontanamento. Il suo vissuto mi ha fatto riflettere sul fatto che molte volte ci si scorda che l’assistente sociale è prima di tutto una persona, con la sua esperienza di vita, più o meno felice, più o meno dolorosa e che per poter progettare l’aiuto per l’altro deve mettere in sospeso la sua vita privata.

Ti devo confessare che mi hai fatta commuovere nell’ultima parte del libro, il racconto di Claudio, dell’amore, della passione, del passaggio tra “il prima e il dopo”, della ricerca, del ritrovamento ed infine della scelta consapevole della morte. Inevitabilmente il mio pensiero si è spostato su Fabiano Antoniani, conosciuto come dj Fabo, che ha cercato la libertà in un Paese non suo, come Adele. Il dolore delle persone che hanno accompagnato in questo percorso Fabiano e Adele, consapevoli che da quel viaggio sarebbero tornati senza qualcuno, con un bagaglio colmo di dolore, rancore, sensi di colpa. Ma peggio, forse, è stato rivivere tutte quelle emozioni all’interno di un Tribunale, aspettando di essere giudicati da quello che è stato fino a quel momento uno “Stato sordo”.

Dopo aver scritto più che un commento un poema, vorrei congratularmi con te. “Per altre vite” penso che sarebbe estremamente utile per tutti gli studenti che decidono di intraprendere il percorso che li porterà a diventare assistenti sociali, aiutanti di mestiere, al fine di comprendere, almeno in parte, come questa professione sia allo stesso tempo difficile e appagante. Come gli occhi pieni di spensieratezza di Alice e la dipendenza di Vittorio siano situazioni che spesso vanno a braccetto. Come saper semplicemente ascoltare, senza domandare troppo, aspettando, a volte, sia importante per risolvere insieme i problemi. Come l’autodeterminazione di Helga racchiude tutte quelle persone che dentro se stesse hanno già la soluzione, ma attraverso gli strumenti dell’assistente sociale riescono a conquistare, riscoprire il controllo sulla propria vita.

Marco è il collega che spero di incontrare nel mio futuro lavorativo, è il collega che spero mi possa affiancare nei primi momenti in cui mi troverò a tu per tu con il lavoro pratico dell’assistente sociale. Marco è il collega con il quale mi confronterò per risolvere i miei dubbi o semplicemente per accertarmi di stare facendo un buon lavoro.

Sono libri come questi che mi danno la spinta e la voglia di lavorare subito sul campo e mettere in pratica ciò che ho studiato in questi lunghi cinque anni universitari, scoprendo e imparando continuamente.
Anche se avrei preferito farteli di persona, Complimenti Paolo!






Paolo Pajer è assistente sociale e scrittore: ha pubblicato Il punto estremo - Erga Edizioni, 2012; pubblicherà a ottobre 2017 per Edizioni Il Ciliegio il romanzo Per altre vite, una storia che ha per protagonista proprio un assistente sociale.

03/08/17

Ladri di mele: alla ricerca del peccato originale

Chi è e che cosa fa un assistente sociale? Che idea ci siamo fatti di questa figura? L’opinione più comune è quella di un impiegato di un ente pubblico al servizio dei cittadini in difficoltà. Una brava persona, dedita agli altri. Ma che cosa succede quando questa persona non riesce a risolvere un problema? E quali sono le sue ansie e le sue preoccupazioni quando è costretta a prendere delle decisioni difficili?Paolo Pajer, in questo articolo già apparso su una rivista nel 2011, ci propone un punto di vista inedito: appunto quello dell’assistente sociale.
Un focus illuminante di un’esperienza professionale oggi più che mai di grande attualità.
i.b.

di
Paolo Pajer

Qual è il peccato originale dell’assistente sociale? Che ha fatto di male questa professione oltraggiata, malpagata, vituperata, sottovalutata, disprezzata? Comunista se vista da destra, fascista se vista da sinistra. Una professione sulla quale tutti si accaniscono perché nessuno si preoccupa di tutelarla, tanto meno gli interessati.
Aver raggiunto la dignità accademica con il titolo di dottore non ha fatto concludere il patire di questa professione, da sempre compressa fra il mancato senso compiuto della propria nascita e l’attribuzione stratificata di responsabilità, mai rapportate nemmeno al livello contrattuale e di retribuzione. Ciò che cerca da sempre l’assistente sociale è l’autorevolezza e soprattutto il suo riconoscimento esterno, la sua legittimazione. Una specie di credito culturale e sociale, in termini di status, che permetta all’uomo o alla donna assistente sociale di non dover fare grandi giri di parole per spiegare al proprio figlio che mestiere faccia la madre o il padre. Si potrebbe dire: “Faccio il dottore”, ma presupporrebbe pregiudizialmente l’esercizio di una disciplina medica (un po’ come dire che essere americani significa essere statunitensi), mentre dire: “Faccio l’assistente sociale” comporta invece l’imbarazzo di non avere un riferimento concettuale chiaro e un insieme di attività caratterizzanti condivise.
L’assistente sociale si scontra troppo spesso con i pregiudizi che vari media hanno contribuito a diffondere riguardo la sua professione, che nel più frequente dei casi ruba i bambini. In un contesto socio-culturale affamato di capri espiatori non è pensabile che l’immagine dell’assistente sociale possa essere facilmente redenta, anche perché non interessa ad alcuno redimerla ed è funzionale al sistema. L’assistente sociale è una figura fragile e questo lo sanno bene i media, i politici e anche i cittadini/utenti. È una figura utile per scaricare le tensioni sociali e un comodo ammortizzatore delle inadempienze altrui. È un professionista che non è mai riuscito a collocarsi con sicurezza nella classificazione sociale italiana.
L’assistente sociale rischia di risultare, a differenza di altre professioni, un eccellente parafulmine della campagna di demonizzazione e destrutturazione della pubblica amministrazione e dei pubblici servizi. I cosiddetti fannulloni, animali astuti che nella fantasia comune si annidano come tumori in ogni settore del lavoro pubblico, sono ben identificabili con l’assenza della figura che dovrebbe esserci quando non c’è. Chi meglio dell’assistente sociale rappresenta questa presenza-assenza? Gli organici spolpati dei servizi sociali hanno tali carenze che gli effetti del turn-over, del burn-out (vera e propria malattia professionale) e del carico di lavoro degli operatori, poco visualizzabile e misurabile, vengono tacitamente intesi come la prova della metafisicità dell’assistente sociale. Il peso qualitativo ed emotivo di un lavoro basato sulla relazione di aiuto (con anziani, bambini, adulti, disabili, ecc.) non si riesce ad evidenziare facilmente.
E non riuscire ad esibire virilmente le proprie prestazioni lavorative rende amministrativamente invisibili e socialmente colpevoli.
L’assistente sociale deve perciò pagare dazio alla propria natura che, nell’esigenza di dicotimizzare la realtà, non si contraddistingue per essere carne né pesce, né altro.
Non è una figura sanitaria, ma può a pieno diritto parlare di benessere e salute, di autonomia e di non autosufficienza, di patologico e funzionale; non è una figura amministrativa, ma deve produrre continuamente atti e muoversi secondo principi e iter formali ben precisi. È un tecnico che non è un giurista, ma deve districarsi e conoscere leggi, regolamenti, linee guida, decreti e delibere; non può dirsi nemmeno uno psicologo, ma deve comprendere i meccanismi emotivi, mentali e di funzionamento di sé, del singolo, della coppia, della famiglia o del gruppo. L’assistente sociale non è un sociologo, ma deve conoscere fenomeni complessi come la devianza, l’appartenenza, la lettura del disagio in termini aggregati per poterne programmare politiche e progetti di intervento. Non è un economista ma non può ignorare le dinamiche del mercato del lavoro, del sistema previdenziale e pensionistico. Non è un informatico, ma deve sviluppare costantemente strumenti gestionali complessi per ottimizzare, gestire e dare senso al volume di lavoro su cui opera.
L’assistente sociale, nella sua straordinaria ed assoluta peculiarità, costruisce la propria identità professionale con un po’ di tutto questo. In realtà viene considerato solo un intero ri-costruito con dei frammenti, ma poi tutti salgono sulle sue spalle per vedere più lontano: per gestire dinamiche complesse, guarda un po’, serve sempre un assistente sociale.
Siamo sintesi della complessità: nei migliori dei casi stelle danzanti nate dal caos. Nel peggiore: una manciata di ingredienti che tentiamo di trasformare in una polpetta commestibile.
Cosa significa gestire (to manage, in inglese)? Credo che potremmo essere d’accordo nell’affermare che gestire significhi sovrintendere intenzionalmente ad un’attività. Detto questo possiamo affermare che le capacità gestionali dell’assistente sociale sono fra le più raffinate ed evolute che ci siano nel panorama delle professioni, e la motivazione è proprio la frammentazione delle attività e del proprio IO professionale e costitutivo, che costringe la logica e la sensibilità dell’assistente sociale ad adeguarsi costantemente alle pressioni e alle richieste che arrivano dall’esterno e ad adattare le proprie risorse e competenze a tali necessità. Proprio il contrario della specializzazione, che viene invece in genere sublimata per eccellenza.
L’assistente sociale, però, vorrebbe veder riconosciuta la sua eccellenza e la rincorre goffamente, tentando a volte la scalata alla specializzazione come strada per giungervi. In realtà l’assistente sociale rincorre il bisogno che gli è stato infuso in quanto “altro generalizzato”. Non basa il proprio concetto di sé su di un’eccellenza che gli è già propria, ma lo rincorre in un riconoscimento esterno che non avverrà mai. Cade paradossalmente vittima del tentacolo di uno dei rischi professionali di invischiamento che deve gestire (non cerca di generare una soluzione, ma ne attende gli esiti dall’esterno).
L’autonomia professionale, che spesso diventa solitudine professionale, unitamente alle difficoltà dell’assistente sociale di trovare un fertile confronto e supervisione professionale, corre un rischio: quello di diventare autoreferenzialità. La preparazione di base dell’assistente sociale, nella sua peculiare veste di interprete del disagio e collettore di risorse, è sufficiente allo scopo ma necessita di una costante alimentazione e “taratura” attraverso l’interazione qualificata, la supervisione professionale e la formazione permanente.
La richiesta quotidiana, delicata e difficile da gestire, che ancora una volta l’assistente sociale deve sostenere è quella di mantenere l’equilibrio fra autonomia di giudizio ed apertura al confronto. Per dirla in termini assoluti: fra oggettività e soggettività. L’approccio mentale dell’assistente sociale al lavoro è di tipo progettuale, pertanto circolare e sostanzialmente mai certo. Uno dei rischi intellettuali più grandi è dunque la mancanza di punti di riferimento precisi e soprattutto stabili, che concedono enormi vantaggi nella guerra di posizione che l’assistente sociale perde costantemente in relazione ad altre professioni più “scientifiche”.
Quali basi scientifiche possiamo allora rivendicare in una professione che, per molti versi, è interpretativa, pertanto vulnerabile e piena di variabili? Le discipline umanistiche hanno sempre avuto un po’ di invidia per le cugine scientifiche, con i loro eleganti modelli sperimentali. Non si riflette sufficientemente però che anche il medico, figura semi-divina in termini di bontà (chi cura deve per definizione volere-bene), per affrontare una banale influenza spesso prescrive farmaci di cui ignora la reale efficacia o i rischi collaterali. La scientificità spesso è una credenziale erroneamente pre-attribuita. Tutto quello che può accadere nella malattia (peggioramenti, cronicità, nuovi sintomi) mediamente non lo si attribuisce ad un limite del medico-scienziato-santo: sarebbe peccato.
Quello che invece si chiede all’assistente sociale è concettualmente rovesciato: bisogna affrontare il disagio sviluppando e attivando progetti e interventi che dovranno e potranno avere solo esito favorevole, altrimenti si confermerà la sua incompetenza. Chi è buono per definizione può anche sbagliare, ma chi è assistente sociale parte con un peccato originale più pesante e deve sempre rincorrere la propria redenzione.
L’assistente sociale è supportato in questo quadro tragico da una mancanza di senso di appartenenza della propria comunità professionale. La cosa non accade quasi mai nelle altre professioni “nobili”, dove i panni sporchi si lavano tendenzialmente in casa, ma esternamente vige quanto meno il principio del “cane che non morde il cane”. Provate a criticare l’operato di un assistente sociale con un altro assistente sociale e vedrete se troverete appoggio o difesa del collega. Ma la vera caratteristica che fa dell’assistente sociale un animale a serio rischio di estinzione è il suo adattamento al cannibalismo. Mettere un assistente sociale a capo di qualcosa significa proporgli due prospettive: essere eliminato prima o poi dall’organizzazione in quanto in contrapposizione con il pensiero dominante oppure convertirsi al feudalesimo. Il desiderio-necessità di accondiscendere al signorotto-superiore, che in genere è incompetente in materia, lo rende impermeabile a tutto e un efficiente braccio operativo, anche e soprattutto in termini professionalmente autolesionistici. Il superiore gerarchico è in genere un medico, un sociologo o qualsiasi altra cosa, ma molto raramente un altro assistente sociale. Perché? Ma è ovvio: non serve conoscere la peculiarità del servizio sociale e delle sue regole per poterlo dirigere. Vige sempre il sacro dogma che il bene lo sappiamo fare tutti (eredità della socializzazione secondaria?).
Siamo una professione orfana, nel senso che siamo sempre alla ricerca del padre. Il padre sarebbe colui che approva, colui che dà luce a noi poveri satelliti spenti costretti a gravitare attorno all’astro di turno. Forse cerchiamo la metà che manca al nostro senso di identità, quel lato oscuro che è la somma di tante parzialità. Perché mai non è il contrario? Perché gli altri non si sentono attratti dal bisogno della nostra approvazione? Cosa manca all’assistente sociale per generare credibilità? È forse legato a questa dinamica il curioso fenomeno che ogni esigenza degli altri (specialmente degli utenti) sia più importante di quelli dell’assistente sociale (vincoli organizzativi, amministrativi, professionali, ecc.)? Perché si deve arrivare a rischiare professionalmente (e personalmente) per diminuire preventivamente il disagio altrui? Accettiamo passivamente condizioni lavorative estreme, facciamo colloqui da soli in ambienti inospitali, con persone potenzialmente stressate e aggressive, anche fuori orario di servizio. Parliamo con chiunque si presenti, anche fuori orario di ricevimento. E chi non si prostra inizia a percepire sulla nuca il peso della colpa. Tutto questo per il “bene” dell’utente. Ma è davvero un “bene”?
È una dinamica diffusa, inoltre, quella dell’amministratore pubblico che per vari motivi promette case, soldi, lavoro e poi scarica sull’assistente sociale (spesso ignaro) l’onere del mantenimento della promessa. E se ciò non si realizzasse si confermerebbe l’incapacità di cui sopra.
Perché non viene rescisso il cordone ombelicale che l’assistente sociale genera nei confronti dell’altro? Cerchiamo di evocare il padre assente con questo surrogato di iperprotettività?
Forse solo quando riusciremo ad avere maggiore consapevolezza del nostro valore a prescindere da tutto e da tutti potremo emanciparci anche come professione ed ottenere il riconoscimento dovuto. Ma l’assistente sociale non ha potere economico e rappresentativo: non è il volano dell’industria farmaceutica e sanitaria, non è numericamente rilevante.
La realtà dell’assistente sociale è un’espiazione ben più triste di questi arcobaleni, che può solo sognare.

                                                                                                                

Paolo Pajer



Paolo Pajer è assistente sociale e scrittore: ha pubblicato Il punto estremo - Erga Edizioni, 2012; pubblicherà a ottobre 2017 per Edizioni Il Ciliegio il romanzo Per altre vite, una storia che ha per protagonista proprio un assistente sociale.


18/07/16

Sul senso del "viaggio": alla scoperta di se stessi e degli altri.

Da sempre il "viaggio" è stato interpretato come metafora della vita. Molti filosofi e scrittori si sono interrogati sul significato intimo, e non solo antropologico e sociologico, che il "viaggio" ha avuto e continua ad avere nei popoli che abitano la Terra. Danilo Di Gangi, che di chilometri sotto le suole delle scarpe ne ha calpestati tanti, prova a fornirci quella che è la sua visione di scrittore affamato del mondo.

Da sempre si disserta sul senso del viaggio. Che cosa è che muove un viaggiatore ad abbandonare il proprio luogo di appartenenza e avventurarsi verso “l’altrove”? Irrequietezza, voglia di libertà, ricerca di solitudine, intelligenza emotiva, bellezza dei paesaggi, semplice curiosità, creazione di nuove identità?
All’inizio di un viaggio spesso c’è un sogno, un qualcosa che stimola la fantasia: un nome, una strada, una montagna, un mare, un deserto, una storia. Tuttavia, viaggiare significa anche adattarsi all’ambiente, interagire con esso, ritrovarsi vulnerabili e insicuri, nudi. E proprio in virtù di questa nudità si è pronti a cementificare lungo il percorso rapporti di reciprocità con ciò che ci circonda, esseri umani e non. Durante il viaggio le qualità migliori dell’individuo riemergono prepotentemente: generosità, grandezza d’animo, lealtà, onestà. Parimenti si sviluppano le capacità decisionali e di autonomia, basate sull’efficacia delle proprie azioni e delle proprie scelte. Viaggiare significa sentirsi stranieri ovunque ma uguali agli altri: discendenze e cariche sociali sono termini che non appartengono al vocabolario di un nomade.
Il senso del viaggio inizia perciò dall’approccio al viaggio stesso, dalla consapevolezza che il disagio sarà un compagno di peregrinazioni, che fatica fisica e fatica mentale procederanno a braccetto e tanto più saranno uniti tanto più grande sarà la gioia dello stato d’animo  che si raggiungerà.
Il meglio non è quindi dettato dalla ricerca“dell’altrove” ma dal raggiungimento di uno stato d’animo in grado di sublimare se stesso. L’obiettivo dello scrittore sarà poi quello di essere in grado di far ri-vivere al lettore lo stesso “stato d’animo” attraverso le pagine del libro.
La natura svolge un ruolo fondamentale in tutto ciò poiché luogo per eccellenza di stimoli, emozioni e sensazioni che rappresentano un modo di essere dimenticato dall’uomo.  La natura è maestra di vita ed espressione del divino. La natura ci mostra cosa sono evoluzione e mutamento, ci ricorda, attraverso la sua imprevedibile potenza, che non tutto è dominabile da parte nostra. Bene lo sapevano le antiche popolazioni nomadi che la assecondavano e convivevano con essa. Purtroppo, la nostra inesausta sete di dominio ci ha portato a tradirla e a tradire noi stessi.
Che significa, oggi, il nomadismo? Proprio quando l’extracomunitario viene a inurbarsi per perdere tra di noi la sua identità, esso significa ritrovare la storia antica dell’uomo. Storia di movimenti, di migrazioni; storia di conflittualità con le popolazioni stanziali, di rinuncia al superfluo, di costrizione all’indispensabile. Il nomade ha perfino divinità non rappresentabili perché non trasportabili; decora il proprio corpo perché non porta maschere, che pesano e ingombrano; ha una frugalità assoluta perché anche le scelte gastronomiche gli sono impraticabili; ha un rapporto privilegiato con gli animali e l’ambiente perché le tracce, gli odori, i segni gli sono condizioni di vita; conosce le stelle e il vento perché ogni movimento ne è condizionato. Ritrovare questo stato d’animo significa riconnettersi con l’energia che da vita all’universo tutto, ritrovare il giusto senso delle proporzioni e dei propri limiti, ricollocarsi nell’immensità del tutto, far sì che il viaggio diventi mediazione tra Velato e Rivelato.
Ecco che il senso del viaggio diviene l’esperienza del continuum infinito presente, il tempo in funzione dello spazio, del procedere, del presente, passo dopo passo. La percezione ordinaria del tempo e dello spazio si annullano e si compenetrano: il viaggio diventa un “volo sciamanico”, al di là della sua misurazione e quantificazione.
Ogni percorso, ogni tragitto può farsi una storia, un racconto, una riconquista di una scoperta del sé più profondo ma, soprattutto, ogni viaggio è un universo di emozioni circondato da spazi e da silenzio. Da ciò nasce una predisposizione alla trasformazione e ogni peregrinazione diviene motivo per non essere noi a voler cambiare il mondo ma il mondo a cambiare noi.
Viaggiare e “viaggiare attraverso i miei libri” è un invito a rendersi disponibili per questa trasformazione, per conoscere la storia e la geografia di luoghi lontani, ricchi di cultura, tradizioni e insegnamenti, per ritrovare lo stupore del cammino all’interno di una natura ignota e miracolosa, per osservare, respirare e assorbire l’incanto del mondo e, leggendo e vivendo il viaggio, i pensieri di ognuno serviranno a far girare la Grande Ruota della Vita.



Danilo Di Gangi

L'ultimo libro di Danilo Di Gangi pubblicato con Edizioni il Ciliegio si intitola Nepal fra terra e cielo.

Danilo Di Gangi è nato a Cuneo, ove risiede, nel 1963. Scrittore, viaggiatore e insegnante, ha pubblicato per le edizioni L’Arciere: Cieli d’infinito. Mongolia, terra senza tempo (2003); Il Gioiello di neve. Kailash, l’essenza del Tibet (2004); Fra barbari e dei. La vera politica cinese in Tibet (2008). Per le edizioni Campanotto: Siberia (in)contaminata (2010). Per le edizioni Il Ciliegio: Viaggio al limitare del tempo. Un racconto esoterico (2010); Lungo come l’Indo (2012). Per le edizioni Pietre Vive: Forse spazi (2013), raccolta di poesie e immagini.