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13/07/18

Vedere, ascoltare, annusare, toccare, gustare: I sensi spiegati ai bambini attraverso una collana di libri


Edizioni Il Ciliegio propone una collana curata e ideata dallo scrittore Dino Ticli e dall'illustratrice Daniela Giarratana. Si tratta di una collana particolare che si rivolge ai bambini dai tre ai sei anni e che esplora il mondo dei sensi. In questo articolo l'illustratrice e l'autore ci spiegano il progetto.



Come è nata l’idea della collana sui sensi?
DANIELA GIARRATTANA: «Conobbi Dino Ticli e mi propose di realizzare delle illustrazioni per un albo illustrato che parlava dei sensi. Disegnai le prime tavole e le mostrammo alla casa editrice “Il Ciliegio” durante la fiera della piccola e media editoria a Roma. Piacque il progetto e da li parlando non l’editore si pensò a dividere in albi illustrati ogni senso per realizzare una collana diversa sui sensi.»
Che tipo di libri sono? 
DANIELA GIARRATTANA: «Sono albi illustrati.»
Quanti ne sono stati realizzati finora? 
DANIELA GIARRATTANA: «Sono stati realizzati quattro libri che rappresentano i quattro sensi: VISTA, GUSTO, OLFATTO E TATTO.»
A quali lettori sono rivolti? 
DANIELA GIARRATTANA: «La collana è rivolta a bambini molto piccoli dai due anni ai sei anni Bambini che non sanno leggere ma che possono giocare con i colori e le forme.»
Come avete fatto a conciliare i sensi legati al tatto o al gusto con un libro? E gli altri sensi?
DANIELA GIARRATTANA: «Ho pensato di realizzare delle illustrazioni diverse. Mi piaceva l’idea di dar “forma” a un senso, di giocare con i contrasti cromatici o sulle forme che si ripetono. Ogni senso, all’interno del libro, è diviso a sua volta in piccole storie autoconclusive e questo si nota anche nell’illustrazioni che si muovono a coppia.»

DINO TICLI: «I sensi ci permettono di percepire il mondo attorno a noi. I bambini, da neonati, partono nella loro scoperta utilizzando il gusto, l’olfatto, il tatto e poi l’udito. Solo intorno all’anno vedono bene praticamente come i grandi. Chi non ha presente l’immagine dei piccoli che mettono in bocca tutto ciò che trovano: stanno conoscendo l’ambiente in cui sono stati catapultati.
Con il passare del tempo, però, noi adulti diamo uno spazio preferenziale alla vista, prendendoci cura dei nostri “cuccioli” tendiamo a trascurare l’educazione all'uso degli altri sensi, che inconsciamente riteniamo scontati e secondari. Ecco allora l’idea di questa collana, rivolta ai bambini dai due ai sei anni, con l’intento di far loro prendere coscienza della varietà delle percezioni che ogni giorno provano e fornire loro anche le “parole” per descriverle e comunicarle.
Morbido, ruvido, caldo, bruciante… quante sensazioni ci procura il tatto. E come può esser un odore, un gusto, un suono? I volumi, partendo dalle esperienze quotidiane, come una passeggiata in un prato o una carezza a un piccolo animale, vogliono dunque divertire e nello stesso tempo aiutare genitori, nonni e educatori a far percepire il mondo con tutti i cinque sensi.
Con belle e significative immagini sono già stati pubblicati quattro volumi. Di prossima uscita quello relativo all'udito.»




Daniela Giarratana è nata e vive a Bari; illustratrice freelance, partecipa a mostre, seminari, laboratori creativi ai quali spesso si dedica nel ruolo di organizzatrice. Ha ideato “La Puglia racconta”, un’associazione culturale di illustratori che organizza workshop, mostre ed eventi artistici.








Dino Ticli vive a Lecco, dove insegna scienze in un liceo. Si è laureato in Scienze geologiche presso l'università degli Studi di Milano, con approfondimenti in campo zoologico e botanico. Collabora con un museo di storia naturale per il quale ha curato esposizioni e guide. Fin dal 1986, scrive testi per ragazzi. La sua produzione spazia dai romanzi, ai testi teatrali, alla divulgazione scientifica, lavori per i quali ha ricevuto riconoscimenti e premi. Ha partecipato a numerosi festival di letteratura per l'infanzia e tiene incontri e conferenze in tutta Italia.





14/02/18

Ecco perché scriviamo libri

La letteratura non è la realtà, ma, se è buona letteratura, ha l’innegabile virtù di saperla spiegare. Ha la capacità di sciogliere i nodi ingarbugliati della quotidianità. La letteratura ammanta di emozioni e significati quei nodi: ce li svela. Ed è un po’ quello che è accaduto a Nicole Alice Masieri, studentessa del Corso di laurea in servizio sociale dell'Università di Firenze, dopo aver letto il romanzo di Paolo Pajer Per altre vite. Un libro che le ha lasciato così tanto, che nel rispondere all’autore ha scritto un lungo commento che vale più di molte recensioni formali. Per gentile concessione di Nicole, lo proponiamo integralmente. Sono pagine come queste che ci rendono orgogliosi di fare ancora gli editori.

i.b    



di 
Nicole Alice Masieri

Buongiorno Paolo, se non sono troppo informale le vorrei scrivere dandole del “TU” in visione del nostro futuro rapporto tra colleghi al termine dei miei studi. Ho impiegato più tempo di quanto pensavo a leggerti, mi sono soffermata su molti punti, ci ho riflettuto e me li sono appuntati. Forse il mio commento sarà il più lungo che avrai mai letto sul tuo libro “Per altre vite”, ma ci tengo a esprimerti tutto ciò che ho percepito sia sul lato professionale che personale.

Nelle prime pagine ho rivissuto in parte l’ultimo tirocinio della triennale: l’ufficio, l’attesa, la domanda e l’ascolto partecipato. Una frase che mi ha colpito molto, e che nella mia esperienza, seppur breve, ho notato essere di grande importanza è: “buona parte della moneta più preziosa con cui ci remunera il tempo: i ricordi”. Tempo e ricordi, hanno un legame apparentemente indissolubile, fino a quando la malattia non si impossessa dei ricordi, delle emozioni, del passato e dei legami.

Molte volte, durante il tirocinio, mi domandavo quale fosse il motivo per cui le persone all’interno dell’ufficio si sentissero al sicuro, seppur non avessero mai visto quel posto e conosciuto l’assistente sociale. Mi ha fatto sorridere ritrovare questo mio dubbio nel pensiero di Marco. Vero è che l’ufficio è un luogo in cui le persone vengono accompagnate alla risoluzione dei loro problemi, il più possibile accogliente, ma in molti casi, come la cronaca ci comunica, sono luoghi che si sono macchiati di sangue, di dolore e di paura. 

Ho ritrovato nel libro riferimenti rispetto all’attuale situazione che ci troviamo ad affrontare, la povertà, la mancanza di lavoro che va a colpire un’altra fascia di persone, detta zona grigia. La situazione di svantaggio ad oggi, colpisce anche coloro che hanno sempre avuto un’occupazione, ma che a causa della crisi del 2008 della quale ancora oggi sentiamo gli strascichi, piccole e medie imprese o per evitare il fallimento o a causa del fallimento hanno licenziato un gran numero di lavoratori. Disperati cercano aiuto attraverso i servizi sociali, che purtroppo non hanno le risorse per accogliere tutta la domanda. Mi è capitato spesso di provare frustrazione quando mi sentivo inutile, inerme di fronte al bisogno di una persona che cercava nel servizio solo un modo per far sopravvivere la propria famiglia, ancora prima di se stesso.

Ho colto molto spesso l’empatia di Marco, la sua capacità di saper ascoltare e di rispettare in silenzio lo spazio dell’altro. È altrettanto messo in evidenza come il lavoro dell’assistente sociale è estremamente collegato alla rielaborazione di tutto ciò che vede e ascolta durante una giornata di lavoro o nell’arco di un mese; rimettendo in ordine i pezzi sparsi per creare un quadro tangibile delle situazioni e ritrovarsi a volte di fronte a contesti diversi da come si era immaginato. Il tutto cercando di stare nei tempi, nelle scadenze e soprattutto evitando il burnout.

Il caso della piccola Alice è molto simile ad una situazione che ho conosciuto durante il mio tirocinio: l’attesa che succeda qualcosa di spiacevole e/o di grave per poter intervenire. È una condizione in cui si trovano molti bambini, a mio avviso paradossale, alla quale non ci si dovrà mai abituare. La storia della piccola Alice e di suo padre Vittorio mi ha fatto pensare a come nei libri venga spesso scritto dell’importanza di instaurare un solido rapporto di fiducia tra operatore e utente, ma che, nel lavoro pratico, non sempre funziona in questo modo quando ci si trova difronte a situazioni di violenza.

Ho apprezzato inoltre come in poche righe descrivi la percezione che le donne maltrattate hanno nei confronti degli uomini maltrattanti. E come, non tanto lontano da Marco, aveva il chiaro esempio di quella trappola psicologica, ciclica che si era impossessata di Selene. Un altro tema a cui sono particolarmente interessata è la violenza assistita, nel libro la definisci “mina antiuomo”, penso che tu abbia colto completamente ciò che provoca nell’immediato e negli anni, imprigionando futuri adulti tra i propri fardelli di dolore e sofferenza.

Ho apprezzato moltissimo il racconto del vissuto di Marco: sberle, pugni, alcol, fumo, sogni, sorrisi immaginati e infine l’allontanamento. Il suo vissuto mi ha fatto riflettere sul fatto che molte volte ci si scorda che l’assistente sociale è prima di tutto una persona, con la sua esperienza di vita, più o meno felice, più o meno dolorosa e che per poter progettare l’aiuto per l’altro deve mettere in sospeso la sua vita privata.

Ti devo confessare che mi hai fatta commuovere nell’ultima parte del libro, il racconto di Claudio, dell’amore, della passione, del passaggio tra “il prima e il dopo”, della ricerca, del ritrovamento ed infine della scelta consapevole della morte. Inevitabilmente il mio pensiero si è spostato su Fabiano Antoniani, conosciuto come dj Fabo, che ha cercato la libertà in un Paese non suo, come Adele. Il dolore delle persone che hanno accompagnato in questo percorso Fabiano e Adele, consapevoli che da quel viaggio sarebbero tornati senza qualcuno, con un bagaglio colmo di dolore, rancore, sensi di colpa. Ma peggio, forse, è stato rivivere tutte quelle emozioni all’interno di un Tribunale, aspettando di essere giudicati da quello che è stato fino a quel momento uno “Stato sordo”.

Dopo aver scritto più che un commento un poema, vorrei congratularmi con te. “Per altre vite” penso che sarebbe estremamente utile per tutti gli studenti che decidono di intraprendere il percorso che li porterà a diventare assistenti sociali, aiutanti di mestiere, al fine di comprendere, almeno in parte, come questa professione sia allo stesso tempo difficile e appagante. Come gli occhi pieni di spensieratezza di Alice e la dipendenza di Vittorio siano situazioni che spesso vanno a braccetto. Come saper semplicemente ascoltare, senza domandare troppo, aspettando, a volte, sia importante per risolvere insieme i problemi. Come l’autodeterminazione di Helga racchiude tutte quelle persone che dentro se stesse hanno già la soluzione, ma attraverso gli strumenti dell’assistente sociale riescono a conquistare, riscoprire il controllo sulla propria vita.

Marco è il collega che spero di incontrare nel mio futuro lavorativo, è il collega che spero mi possa affiancare nei primi momenti in cui mi troverò a tu per tu con il lavoro pratico dell’assistente sociale. Marco è il collega con il quale mi confronterò per risolvere i miei dubbi o semplicemente per accertarmi di stare facendo un buon lavoro.

Sono libri come questi che mi danno la spinta e la voglia di lavorare subito sul campo e mettere in pratica ciò che ho studiato in questi lunghi cinque anni universitari, scoprendo e imparando continuamente.
Anche se avrei preferito farteli di persona, Complimenti Paolo!






Paolo Pajer è assistente sociale e scrittore: ha pubblicato Il punto estremo - Erga Edizioni, 2012; pubblicherà a ottobre 2017 per Edizioni Il Ciliegio il romanzo Per altre vite, una storia che ha per protagonista proprio un assistente sociale.

29/01/18

La storia dell'ex Enaoli in un romanzo senza tempo

Istituto Enaoli

Sarà presentato sabato 3 febbraio alle 17.30 nella Sala “Remo Branca” di Iglesias, il libro intitolato Fill’e fortuna della scrittrice Giorgia Loi e pubblicato da Edizioni Il Ciliegio.

Fill’e fortuna è una storia che si racconta nella cittadina mineraria di Iglesias, nell’immediato dopoguerra, quando, nel clima di rinascita e ricostruzione postbellica che ha caratterizzato anche la Sardegna sud occidentale, prende vita un’istituzione: il Collegio “Enaoli”. Inizialmente pensato per accogliere gli orfani del lavoro - arrivati dall’intera isola - e dare loro un’opportunità di crescita e formazione, spalancò le porte del mondo dell’occupazione e della vita a moltissime persone.

Il Collegio “Enaoli” è stato una grande istituzione, che negli anni Sessanta ha inciso a livello nazionale: il suo fondatore fu Emilio Giaccone, che ebbe l’incarico governativo di presidente dell’Ente dalla fine della guerra fino al 1970. L’istituzione ha operato nel Lazio, in Piemonte, in Toscana e in altre regioni. Attualmente è in corso il processo di beatificazione di Emilio Giaccone.

A patrocinare l’incontro sono: il Comune di Iglesias, l’Associazione culturale “Liberi di volare” scrittori iglesienti e l’Associazione culturale “Radici e Ali”.
Alla presentazione interverranno Pietro Martinetti, scrittore e membro dell’Associazione “Liberi di volare”, che svolgerà il ruolo di moderatore della kermesse; Daniela Aretino, archivista e paleografa, il cui intervento sarà incentrato sulla storia dell’istituzione del Collegio “Enaoli”; Barbara Guardo, insegnante, che illustrerà quali furono gli obiettivi pedagogici dell’ex orfanotrofio e come questi obiettivi abbiano alimentato una letteratura di riferimento.

Nel corso della serata Maura Cau, Riccardo Eleuteri ed Ennio Meloni leggeranno dei brani tratti dal libro “Fill’ e fortuna”, mentre Carlotta Calabrò e Carlo Cauli intratterranno il pubblico  esibendosi nel canto con intermezzi musicali e pezzi di sottofondo alla lettura dei brani. È inoltre prevista la testimonianza di ex collegiali dell’Istituto “Enaoli”. 




Trama

Antonio Peddis, classe 1949, arriva da un paesino dell’iglesiente, da una Sardegna arcaica e ancestrale, di miti e leggende che resta scolpita nell’immaginario di ogni isolano affezionato alla propria terra. Figlio di un minatore e di una massaia, erede di una tradizione legata da sempre all’amore per la terra, Antonio scoprirà che la sua strada è stata già tracciata fin dal giorno che la madre lo mise al mondo e con la sua forza e la sua energia, scriverà le pagine del proprio romanzo, che è la vita stessa, per consegnarlo al lettore che si lascerà condurre insieme a lui dai viottoli polverosi della strade di Senis e gli arbusti profumati del Marganai alle aule di un istituto che diventerà la sua casa negli anni della giovinezza, fino a un epilogo che si svelerà da sé nel succedersi naturale degli eventi.  




Giorgia Loi è nata a Iglesias (CI) il 17 giugno 1972 e risiede a Gonnesa (CI). Ha conseguito la laurea in Lettere Classiche presso l’Università degli Studi di Cagliari nel 1999. Nel 2010 ha pubblicato Lettera a Helena con la casa editrice Albatros. Nel 2014 pubblica il romanzo storico Cristalli di quarzo con Edizioni Il Ciliegio. Attualmente insegna letteratura italiana e storia nella scuola superiore.






19/12/17

Vuoi conoscere un casino? Un libro per tutte le età

di
Ivan Bavuso



Quando Alex Astrid mi ha chiesto di partecipare al tour dei blog di promozione al suo romanzo ho subito accettato. In primo luogo perché il curatore del blog della casa editrice che ha pubblicato il libro oggetto dell’iniziativa, non poteva certo esimersi dall’accogliere una simile proposta; in secondo luogo perché questo romanzo lo ho editato e impaginato e, di conseguenza, mi ci sono affezionato.
«Va bene» ho scritto via e-mail ad Alex: «Fammi solo sapere l’angolatura dell’articolo».
«Per tutte le età» mi ha risposto. Era una prospettiva impegnativa e interessante, ma soprattutto oculata da parte di una ragazza intelligente.
Alex è molto giovane e quando scrisse Vuoi conoscere un casino? frequentava ancora il liceo, io invece ho poco più del doppio dei suoi anni e potrei essere suo padre. Alex non me lo ha detto esplicitamente, ma ho intuito che non ama l’idea che il suo libro venga imprigionato in un genere letterario, seppure alla moda, come quello dello young-adult. O meglio, Alex è convinta che questo genere di libri possa essere letto anche da persone più mature. E sapete cosa vi dico? Alex ha ragione.
Mole volte noi adulti liquidiamo le istanze dei giovani accusandoli di essere superficiali, di non capire che la vita vera - quella al di fuori della bambagia in cui noi siamo convinti che questi ragazzi vivano - è tutto un altro affare rispetto alle loro problematiche. Ho riflettuto su questo tipo di pregiudizi e mi sono posto delle domande: E se fossimo noi adulti a essere dei bigotti nichilisti? Se ce la prendessimo con i giovani solo perché non lo siamo più e ci siamo dimenticati di esserlo stati? Quante volte abbiamo sentito dire: «I ragazzi non sono più quelli di una volta!» Ma come erano i ragazzi di una volta? Come ero io? Come saranno i miei figli? Be'... delle vere risposte non sono stato capace di darmele; tuttavia ho compreso che certe dinamiche sociali che coinvolgono gli adolescenti, certe situazioni emotive di un tempo non sono poi tanto diverse da quelle di oggi.
Con il romanzo Vuoi conoscere un casino? sono stato costretto a tornare indietro, pur nella consapevolezza di essere un uomo maturo. Nello “sporcarmi le mani” con la trama, i personaggi, le tematiche di questo libro, mi sono ritrovato a seguire con attenzione le vicende di una liceale (alter ego dell’autrice) e quelle dei suoi amici che, nel loro percorso di crescita, vengono investiti da quelli che sono e saranno sempre i grandi temi dell’umanità: la morte, l’amore, l’amicizia, il coraggio, il senso di inadeguatezza, la presunzione, le dipendenze, il conflitto generazionale, il sesso. Nel romanzo di Astrid c’è tutto questo e posso assicurarvi che non è poco.


Vuoi conoscere un casino?
Vuoi conoscere un casino?

Alex Astrid è nata il 7 giugno 1998, vive a Inzago, in provincia di Milano.  Ha frequentato il liceo linguistico Simone Weil di Treviglio. Dopo il romanzo Guardami, che ha auto pubblicato con ILMIOLIBRO, Edizioni Il Ciliegio ha compreso le potenzialità e ha deciso di pubblicare il suo secondo romanzo intitolato Vuoi conoscere un casino? Nella collana teenager.




03/08/17

Ladri di mele: alla ricerca del peccato originale

Chi è e che cosa fa un assistente sociale? Che idea ci siamo fatti di questa figura? L’opinione più comune è quella di un impiegato di un ente pubblico al servizio dei cittadini in difficoltà. Una brava persona, dedita agli altri. Ma che cosa succede quando questa persona non riesce a risolvere un problema? E quali sono le sue ansie e le sue preoccupazioni quando è costretta a prendere delle decisioni difficili?Paolo Pajer, in questo articolo già apparso su una rivista nel 2011, ci propone un punto di vista inedito: appunto quello dell’assistente sociale.
Un focus illuminante di un’esperienza professionale oggi più che mai di grande attualità.
i.b.

di
Paolo Pajer

Qual è il peccato originale dell’assistente sociale? Che ha fatto di male questa professione oltraggiata, malpagata, vituperata, sottovalutata, disprezzata? Comunista se vista da destra, fascista se vista da sinistra. Una professione sulla quale tutti si accaniscono perché nessuno si preoccupa di tutelarla, tanto meno gli interessati.
Aver raggiunto la dignità accademica con il titolo di dottore non ha fatto concludere il patire di questa professione, da sempre compressa fra il mancato senso compiuto della propria nascita e l’attribuzione stratificata di responsabilità, mai rapportate nemmeno al livello contrattuale e di retribuzione. Ciò che cerca da sempre l’assistente sociale è l’autorevolezza e soprattutto il suo riconoscimento esterno, la sua legittimazione. Una specie di credito culturale e sociale, in termini di status, che permetta all’uomo o alla donna assistente sociale di non dover fare grandi giri di parole per spiegare al proprio figlio che mestiere faccia la madre o il padre. Si potrebbe dire: “Faccio il dottore”, ma presupporrebbe pregiudizialmente l’esercizio di una disciplina medica (un po’ come dire che essere americani significa essere statunitensi), mentre dire: “Faccio l’assistente sociale” comporta invece l’imbarazzo di non avere un riferimento concettuale chiaro e un insieme di attività caratterizzanti condivise.
L’assistente sociale si scontra troppo spesso con i pregiudizi che vari media hanno contribuito a diffondere riguardo la sua professione, che nel più frequente dei casi ruba i bambini. In un contesto socio-culturale affamato di capri espiatori non è pensabile che l’immagine dell’assistente sociale possa essere facilmente redenta, anche perché non interessa ad alcuno redimerla ed è funzionale al sistema. L’assistente sociale è una figura fragile e questo lo sanno bene i media, i politici e anche i cittadini/utenti. È una figura utile per scaricare le tensioni sociali e un comodo ammortizzatore delle inadempienze altrui. È un professionista che non è mai riuscito a collocarsi con sicurezza nella classificazione sociale italiana.
L’assistente sociale rischia di risultare, a differenza di altre professioni, un eccellente parafulmine della campagna di demonizzazione e destrutturazione della pubblica amministrazione e dei pubblici servizi. I cosiddetti fannulloni, animali astuti che nella fantasia comune si annidano come tumori in ogni settore del lavoro pubblico, sono ben identificabili con l’assenza della figura che dovrebbe esserci quando non c’è. Chi meglio dell’assistente sociale rappresenta questa presenza-assenza? Gli organici spolpati dei servizi sociali hanno tali carenze che gli effetti del turn-over, del burn-out (vera e propria malattia professionale) e del carico di lavoro degli operatori, poco visualizzabile e misurabile, vengono tacitamente intesi come la prova della metafisicità dell’assistente sociale. Il peso qualitativo ed emotivo di un lavoro basato sulla relazione di aiuto (con anziani, bambini, adulti, disabili, ecc.) non si riesce ad evidenziare facilmente.
E non riuscire ad esibire virilmente le proprie prestazioni lavorative rende amministrativamente invisibili e socialmente colpevoli.
L’assistente sociale deve perciò pagare dazio alla propria natura che, nell’esigenza di dicotimizzare la realtà, non si contraddistingue per essere carne né pesce, né altro.
Non è una figura sanitaria, ma può a pieno diritto parlare di benessere e salute, di autonomia e di non autosufficienza, di patologico e funzionale; non è una figura amministrativa, ma deve produrre continuamente atti e muoversi secondo principi e iter formali ben precisi. È un tecnico che non è un giurista, ma deve districarsi e conoscere leggi, regolamenti, linee guida, decreti e delibere; non può dirsi nemmeno uno psicologo, ma deve comprendere i meccanismi emotivi, mentali e di funzionamento di sé, del singolo, della coppia, della famiglia o del gruppo. L’assistente sociale non è un sociologo, ma deve conoscere fenomeni complessi come la devianza, l’appartenenza, la lettura del disagio in termini aggregati per poterne programmare politiche e progetti di intervento. Non è un economista ma non può ignorare le dinamiche del mercato del lavoro, del sistema previdenziale e pensionistico. Non è un informatico, ma deve sviluppare costantemente strumenti gestionali complessi per ottimizzare, gestire e dare senso al volume di lavoro su cui opera.
L’assistente sociale, nella sua straordinaria ed assoluta peculiarità, costruisce la propria identità professionale con un po’ di tutto questo. In realtà viene considerato solo un intero ri-costruito con dei frammenti, ma poi tutti salgono sulle sue spalle per vedere più lontano: per gestire dinamiche complesse, guarda un po’, serve sempre un assistente sociale.
Siamo sintesi della complessità: nei migliori dei casi stelle danzanti nate dal caos. Nel peggiore: una manciata di ingredienti che tentiamo di trasformare in una polpetta commestibile.
Cosa significa gestire (to manage, in inglese)? Credo che potremmo essere d’accordo nell’affermare che gestire significhi sovrintendere intenzionalmente ad un’attività. Detto questo possiamo affermare che le capacità gestionali dell’assistente sociale sono fra le più raffinate ed evolute che ci siano nel panorama delle professioni, e la motivazione è proprio la frammentazione delle attività e del proprio IO professionale e costitutivo, che costringe la logica e la sensibilità dell’assistente sociale ad adeguarsi costantemente alle pressioni e alle richieste che arrivano dall’esterno e ad adattare le proprie risorse e competenze a tali necessità. Proprio il contrario della specializzazione, che viene invece in genere sublimata per eccellenza.
L’assistente sociale, però, vorrebbe veder riconosciuta la sua eccellenza e la rincorre goffamente, tentando a volte la scalata alla specializzazione come strada per giungervi. In realtà l’assistente sociale rincorre il bisogno che gli è stato infuso in quanto “altro generalizzato”. Non basa il proprio concetto di sé su di un’eccellenza che gli è già propria, ma lo rincorre in un riconoscimento esterno che non avverrà mai. Cade paradossalmente vittima del tentacolo di uno dei rischi professionali di invischiamento che deve gestire (non cerca di generare una soluzione, ma ne attende gli esiti dall’esterno).
L’autonomia professionale, che spesso diventa solitudine professionale, unitamente alle difficoltà dell’assistente sociale di trovare un fertile confronto e supervisione professionale, corre un rischio: quello di diventare autoreferenzialità. La preparazione di base dell’assistente sociale, nella sua peculiare veste di interprete del disagio e collettore di risorse, è sufficiente allo scopo ma necessita di una costante alimentazione e “taratura” attraverso l’interazione qualificata, la supervisione professionale e la formazione permanente.
La richiesta quotidiana, delicata e difficile da gestire, che ancora una volta l’assistente sociale deve sostenere è quella di mantenere l’equilibrio fra autonomia di giudizio ed apertura al confronto. Per dirla in termini assoluti: fra oggettività e soggettività. L’approccio mentale dell’assistente sociale al lavoro è di tipo progettuale, pertanto circolare e sostanzialmente mai certo. Uno dei rischi intellettuali più grandi è dunque la mancanza di punti di riferimento precisi e soprattutto stabili, che concedono enormi vantaggi nella guerra di posizione che l’assistente sociale perde costantemente in relazione ad altre professioni più “scientifiche”.
Quali basi scientifiche possiamo allora rivendicare in una professione che, per molti versi, è interpretativa, pertanto vulnerabile e piena di variabili? Le discipline umanistiche hanno sempre avuto un po’ di invidia per le cugine scientifiche, con i loro eleganti modelli sperimentali. Non si riflette sufficientemente però che anche il medico, figura semi-divina in termini di bontà (chi cura deve per definizione volere-bene), per affrontare una banale influenza spesso prescrive farmaci di cui ignora la reale efficacia o i rischi collaterali. La scientificità spesso è una credenziale erroneamente pre-attribuita. Tutto quello che può accadere nella malattia (peggioramenti, cronicità, nuovi sintomi) mediamente non lo si attribuisce ad un limite del medico-scienziato-santo: sarebbe peccato.
Quello che invece si chiede all’assistente sociale è concettualmente rovesciato: bisogna affrontare il disagio sviluppando e attivando progetti e interventi che dovranno e potranno avere solo esito favorevole, altrimenti si confermerà la sua incompetenza. Chi è buono per definizione può anche sbagliare, ma chi è assistente sociale parte con un peccato originale più pesante e deve sempre rincorrere la propria redenzione.
L’assistente sociale è supportato in questo quadro tragico da una mancanza di senso di appartenenza della propria comunità professionale. La cosa non accade quasi mai nelle altre professioni “nobili”, dove i panni sporchi si lavano tendenzialmente in casa, ma esternamente vige quanto meno il principio del “cane che non morde il cane”. Provate a criticare l’operato di un assistente sociale con un altro assistente sociale e vedrete se troverete appoggio o difesa del collega. Ma la vera caratteristica che fa dell’assistente sociale un animale a serio rischio di estinzione è il suo adattamento al cannibalismo. Mettere un assistente sociale a capo di qualcosa significa proporgli due prospettive: essere eliminato prima o poi dall’organizzazione in quanto in contrapposizione con il pensiero dominante oppure convertirsi al feudalesimo. Il desiderio-necessità di accondiscendere al signorotto-superiore, che in genere è incompetente in materia, lo rende impermeabile a tutto e un efficiente braccio operativo, anche e soprattutto in termini professionalmente autolesionistici. Il superiore gerarchico è in genere un medico, un sociologo o qualsiasi altra cosa, ma molto raramente un altro assistente sociale. Perché? Ma è ovvio: non serve conoscere la peculiarità del servizio sociale e delle sue regole per poterlo dirigere. Vige sempre il sacro dogma che il bene lo sappiamo fare tutti (eredità della socializzazione secondaria?).
Siamo una professione orfana, nel senso che siamo sempre alla ricerca del padre. Il padre sarebbe colui che approva, colui che dà luce a noi poveri satelliti spenti costretti a gravitare attorno all’astro di turno. Forse cerchiamo la metà che manca al nostro senso di identità, quel lato oscuro che è la somma di tante parzialità. Perché mai non è il contrario? Perché gli altri non si sentono attratti dal bisogno della nostra approvazione? Cosa manca all’assistente sociale per generare credibilità? È forse legato a questa dinamica il curioso fenomeno che ogni esigenza degli altri (specialmente degli utenti) sia più importante di quelli dell’assistente sociale (vincoli organizzativi, amministrativi, professionali, ecc.)? Perché si deve arrivare a rischiare professionalmente (e personalmente) per diminuire preventivamente il disagio altrui? Accettiamo passivamente condizioni lavorative estreme, facciamo colloqui da soli in ambienti inospitali, con persone potenzialmente stressate e aggressive, anche fuori orario di servizio. Parliamo con chiunque si presenti, anche fuori orario di ricevimento. E chi non si prostra inizia a percepire sulla nuca il peso della colpa. Tutto questo per il “bene” dell’utente. Ma è davvero un “bene”?
È una dinamica diffusa, inoltre, quella dell’amministratore pubblico che per vari motivi promette case, soldi, lavoro e poi scarica sull’assistente sociale (spesso ignaro) l’onere del mantenimento della promessa. E se ciò non si realizzasse si confermerebbe l’incapacità di cui sopra.
Perché non viene rescisso il cordone ombelicale che l’assistente sociale genera nei confronti dell’altro? Cerchiamo di evocare il padre assente con questo surrogato di iperprotettività?
Forse solo quando riusciremo ad avere maggiore consapevolezza del nostro valore a prescindere da tutto e da tutti potremo emanciparci anche come professione ed ottenere il riconoscimento dovuto. Ma l’assistente sociale non ha potere economico e rappresentativo: non è il volano dell’industria farmaceutica e sanitaria, non è numericamente rilevante.
La realtà dell’assistente sociale è un’espiazione ben più triste di questi arcobaleni, che può solo sognare.

                                                                                                                

Paolo Pajer



Paolo Pajer è assistente sociale e scrittore: ha pubblicato Il punto estremo - Erga Edizioni, 2012; pubblicherà a ottobre 2017 per Edizioni Il Ciliegio il romanzo Per altre vite, una storia che ha per protagonista proprio un assistente sociale.


26/05/17

A PROPOSITO DI EVEREST: SUL SENSO DELLA MONTAGNA

Adriano Favole su La Lettura di domenica 21 maggio ha scritto: “… la responsabilità dell’uomo, onde evitare la Fine, è quella di garantire un rapporto armonico tra gli esseri viventi”. Io aggiungerei: “…e la Natura”. Nell’articolo Favole illustrava i rischi dell’Antropocene, un nuovo tempo caratterizzato dalla crescente fragilità della Terra. Ma a rendere fragile la Terra è l’uomo, che nel corso degli ultimi tre secoli ha drasticamente cambiato l’ambiente in cui vive.
L’islandese di Leopardi incontra la personificazione della Natura nel deserto africano, e le dice apertamente di odiata perché ovunque egli sia andato, in qualsiasi luogo abbia messo piede, Lei, la Natura, lo ha pungolato, rendendogli la vita poco agiata. Tuttavia l’islandese odia la Natura, ma non si sogna neppure per un momento di non portarle il rispetto che merita. La rispetta anche quando Lei gli fa sapere che i tormenti o le gioie degli uomini le sono del tutto indifferenti. Che, Lei, la Natura, non fa né il bene né il male di nessuno.
Quando stamattina, Danilo Di Gangi mi ha spedito il suo articolo, pregandomi di pubblicarlo, ho capito che certe sfide l’uomo le perde in partenza: le perde nel momento stesso in cui dimentica l’armonia di cui ha scritto Favole; le perde quando, con arroganza, si ostina a ripararsi dal vento e dalla sabbia che seppelliscono l’islandese di Leopardi.
Danilo ha scritto un articolo di denuncia e di amore per l’Everest: la montagna più alta che è diventato un business commerciale, un business che molti pagano al prezzo della vita.

i.b.     


Maggio.
Stagione di ascensioni sulla montagna più alta della Terra, conosciuta dagli occidentali come Everest. Ogni anno, in questo mese, si possono leggere più o meno gli stessi titoli sui rotocalchi e sulle pagine web, una drammatica litania ripetitiva. Ogni anno l’idiozia umana è più forte del valore della vita stessa.

Maggio 2017.
Ennesimo dramma sull'Everest. Il dipartimento nepalese del Turismo conferma la morte di quattro scalatori impegnati in tre diverse ascese. Inizialmente disperso e, poi, recuperato senza vita, anche un quinto scalatore – indiano -, che si è sentito male nella discesa dalla vetta. Al campo sud, a 8.000 metri, è stato trovato privo di sensi lo sherpa che lo accompagnava. Al campo 4 avanzato, altri quattro alpinisti sono stati trovati morti in tenda: due nepalesi e due occidentali. Negli ultimi giorni di questo funereo mese, circa dodici scalatori, in evidenti difficoltà nel tentativo di raggiungere la cima, sono stati tratti in salvo scampando la morte. Tuttavia, ve ne sono ancora oltre un centinaio che stanno risalendo il versante sud, cercando di concludere l'ascensione prima che i forti venti previsti rendano impossibile l'ascesa. La storia si ripete.

Maggio 2014.
Diciassette sherpa muoiono sotto una valanga di ghiaccio sull’Ice Fall - la prima temibile seraccata da superare nella salita verso l’Everest - mentre stanno approntando le scale e le corde per i turisti d’alta quota. È la più grave tragedia nella storia dell'alpinismo sull'Himalaya. Il gioco si ferma perché gli sherpa si rifiutano di proseguire i lavori; rivendicano migliori condizioni economiche, di sicurezza e di indennità per le loro famiglie - nel caso dovessero perire - oltre alla non applicazione delle misure punitive per coloro che si rifiutassero di fissare corde e scale durante la stagione. Tuttavia, il governo nepalese cerca con ogni mezzo di disinnescare le tensioni, poiché l’industria del trekking e delle scalate rappresenta una miniera d’oro. Il business supera di gran lunga qualsiasi tragedia possa capitare e qualsiasi perdita di vite umane. Tanto per capirci ed essere chiari, il progetto di scalare l'Everest può costare fino a 100.000 dollari a ciascun scalatore, mentre uno sherpa, per la sua attività di due-tre mesi l'anno, guadagna fra 3.000 e 6.000 dollari.

Maggio2015.
Ancora morti, tanti. Al campo base della montagna ventidue persone periscono per il ghiacciaio franato dopo la terribile scossa di terremoto che ha colpito il Nepal - magnitudo 7.6 -. Per rispetto delle migliaia di vittime avvenute in tutto il paese, le spedizioni alpinistiche vengono bloccate.

Maggio 2016.
Altri morti. Sei in una sola settimana. Per ictus, edemi cerebrali, sfinimento, ipossia. Decine i feriti: per congelamenti, cecità da neve e malesseri da altitudine. È un bollettino di guerra dell’alta quota. Ed è solo quello degli ultimi quattro anni.

Come mai nessuno corre ai ripari? Di chi è la colpa di tutto ciò? Tante sono le responsabilità. In primis, delle autorità governative nepalesi. Il dipartimento del Turismo ha rilasciato quest'anno un numero di permessi record per le scalate di primavera: quasi 400. I permessi rendono bene, sono lucrosi, sebbene, negli ultimi tempi, i prezzi si siano più che dimezzati. Oggi, un permesso di ascesa costa “solo” 11.000 dollari. Ogni primavera, il governo incassa dai 2 ai 2,5 milioni di euro e, nel caso di annullamento della stagione - per calamità naturali, come già è avvenuto - dovrebbe restituirli alle agenzie specializzate. Tuttavia, sebbene nessuno ci pensi mai - e appaia abbastanza macabro -, è lucroso, e molto, anche il business del recupero dei cadaveri con gli elicotteri - i familiari non vogliono che vengano calpestati da centinaia di altri scalatori e, molte volte, ne richiedono la restituzione -, impresa costosissima. Da anni si parla di porre un numero chiuso a tutela della montagna e dell’ambiente circostante, invano. Troppo grande è il business. Le metastasi, in questa parte della Terra, sono altresì facilmente alimentabili. E così, negli anni Novanta, sono comparse le prime spedizioni commerciali: il vero cancro dell’Everest. Promettono di accompagnare qualsiasi persona, capace o incapace, sulla cima, in cambio di denaro. Forniscono servizi a richiesta, certo, e continuano a esistere perché vi sono le richieste. Ma è ancora moralmente accettabile dopo centinaia di morti? Le spedizioni commerciali organizzate in Europa, Nuova Zelanda e Nepal non sono buona cosa. Non lo sono perché sviliscono la montagna, dissacrano i luoghi, portano alla degenerazione dell’alpinismo, all’imbarbarimento estetico, all’annientamento dei valori culturali delle popolazioni autoctone. Non lo sono perché riducono la dignità del monte in una banale attrazione da parco giochi, dove conta solo più la dimensione del primato da raggiungere a ogni costo, l’evento commerciale, lo show. La montagna non è una gara sportiva dove il primo posto esalta la performance, non è da salire a tutti i costi, piuttosto un percorso da affrontare con umiltà, con i propri mezzi e capacità, in totale sintonia con la natura, per ricordare, sempre e comunque, la nostra infinitesimale presenza nei confronti dell’Universo. Qualcuno ancora se lo ricorda? Anche tra i cosiddetti “veri alpinisti” - non “gli “ignoranti d’alta quota” -, i duri e puri, i socialmente corretti che, però, vendono le loro “imprese” al grande business commerciale. Qualcuno pone mai un pensiero all’immane disastro ecologico che queste spedizioni causano? Avere 400 alpinisti sulla montagna significa avere altrettante persone, se non di più, tra cuochi, ragazzotti di cucina, portatori d’alta quota e sherpa. Quasi mille persone! Una tonnellata di feci al giorno prodotte al solo campo base, portate a spalla e seppellite sulla morena secca più a valle, e, nelle giornate di bel tempo, almeno un’altra mezza tonnellata tra campo due, tre e quattro. Oltre ad altrettante quantità di urina e ancora tonnellate di rifiuti secchi prodotte in ogni stagione: bombole, tende, materassini, sacchi a pelo e corde abbandonati in quota.

Vogliamo parlare di sostenibilità ambientale in uno dei posti più belli e fragili del pianeta? Di questo bisognerebbe occuparsi e non del business o dello smisurato Ego del 99 per cento degli alpinisti o pseudo tali o perfetti “ignoranti della montagna” che giungono qui, asiatici o occidentali che siano. Le metastasi di questo cancro si moltiplicano velocemente. Laddove non bastano le spedizioni commerciali a banalizzare, svilire, annientare e distruggere, ci pensa la nuova frontiera dell’alpinismo, dove la parola d’ordine è l’abbattimento del limite: sempre più veloce, sempre più ripido, sempre più lungo, sempre più difficile. Salite e discese in giornata, concatenamenti di vette sopra gli 8.000 metri, salite, discese, riposi ridotti e poi ripartenze e, magari, fra qualche tempo, salite senza scarpe d'inverno o in verticale sulle mani. Questa folle corsa all’idolatria personale e alla smisurata considerazione del proprio Ego non fa che condurre alla terribile e deleteria illusione che non vi siano più limiti. Tutto è possibile, anche l’impossibile. E così passiamo dai primi mercenari della montagna, che in cambio di 40.000 dollari portavano tutti sulla cima dell’Everest, ai “cercatori di primati” odierni, che inseguono qualsiasi obiettivo - più o meno folle - per stabilire un nuovo record. E poi, si tratterà davvero di un nuovo record? I fedelissimi dicono di sì, gli scettici dicono di no. Qualcuno contesta che il punto di partenza non coincida con il punto di arrivo. Il record non vale. Ancora, fanno notare che altri scalatori e scalatrici pare siano saliti in vetta all'Everest due volte in pochi giorni. Allora, il temerario di turno, per mettere tutti a tacere, dice: «mi riposo qualche giorno e poi ritento». Nel gaudio e nell’entusiasmo generale dei simpatizzanti. Perché nessuno riflette mai sui messaggi devastanti che queste “imprese” portano con sé. Siamo tornati al mito del superuomo. L’essere umano può tutto: è questo il messaggio che viene trasmesso alle nuove generazioni. Non esiste limite al limite. D'altronde, quasi un secolo fa, George Mallory - un alpinista inglese morto sull’Everest nel 1924, che secondo alcuni raggiunse la vetta vent’anni prima di Tenzing Norgay e Sir Edmund Hillary - disse che la vetta dell’Everest è un simbolo “del desiderio dell’umanità di conquistare l’Universo. La storia si ripete, sempre in negativo. E tutti ne siamo corresponsabili. Anche solo mettendo migliaia di “like” sulle pagine che raccontano simili “imprese”.

Tutto è possibile: anche scalare la montagna senza permesso. Impresa tentata qualche settimana fa da un sudafricano, multato, arrestato e fuggito rocambolescamente, nascondendosi nelle grotte. Condotto in prigione, è ora libero su cauzione, senza però aver riavuto il passaporto. L’aspetto più paradossale è però rappresentato da ciò che ha mosso l’uomo ad attuare questo piano. Per sua stessa ammissione, voleva salire l’Everest dal versante nepalese e scendere da quello tibetano - senza nemmeno pensare alle conseguenze con le autorità cinesi - e, soprattutto, con una totale assenza di esperienza alpinistica: «Ho imparato a scalare in vista di questa impresa leggendo libri e guardando video su Youtube» avrebbe dichiarato. L’intenzione era di documentare il tutto per produrre un libro e un film. Tutto è possibile: anche perdere completamente la connessione con la realtà. Gli stessi effetti che l’alta quota provoca sulla mente nella “zona della morte” sono provocati - a 0 metri slm - dal desiderio di compiere qualcosa di unico, dal desiderio di realizzare un primato, dal voler a ogni costo apparire come realizzatori di un’impresa. In realtà, la vera “impresa” sarebbe ritrovare il senso delle cose, il senso della montagna, il senso dell’umiltà dentro noi stessi. La vera impresa sarebbe riconoscere la smisurata superiorità della Natura di fronte all’essere umano.  La vera “impresa” sarebbe ristabilire un rapporto corretto con ciò che ci circonda. La vera “impresa” sarebbe tornare a una convivenza sostenibile con la Madre Terra. La vera “impresa” sarebbe riportare l’Everest alla sua essenza primordiale, dopo averlo trasformato in un set delle meraviglie e in una avvilente passerella telematica. La vera “impresa” sarebbe riorientare l’opinione pubblica vero “un senso della montagna” capace di riconoscerne il valore altissimo e profondo. Esplorare luoghi come questi dovrebbe portare a comprendere la forza di ciò che è superiore a noi, la potenza degli elementi, il rapporto tra terra e cielo e tra essere umano e spirito. Dovrebbe far nascere un rispetto profondissimo per le imponenti cime, per i culti degli abitanti del posto, per un “modus vivendi” in profonda simbiosi con una natura al contempo creatrice e distruttrice.

Il Chomulungma, la montagna più alta della Terra, è sempre stata considerata e venerata come una dea dai tibetani, la dea Madre della Terra. Gli sherpa nepalesi la reputavano tale e la chiamavano Sagarmatha, la dea del Cielo. Un tempo queste zone erano intrise di profonda sacralità e gli abitanti del luogo ossequiavano le alte cime come dimore di dei e divinità. Oggigiorno, la loro venerabilità è stata assolutamente vituperata, in nome del business e del successo. Fino a quando non ritroveremo, con umiltà, quale sia il nostro ruolo all’interno dell’Universo non potremo evolvere, continueremo a ragionare e comportarci solo in funzione del nostro Ego. Una cancerosa abitudine che svuota di valore la religiosità di territori che hanno rappresentato per secoli la dimora di un principio superiore e snatura credenze e tradizioni di un popolo.

«Salire sull’Everest era una ricerca del tutto estranea a noi sherpa; era sconsiderata, insensata. Eppure, con il passare del tempo, avrebbe finito per assorbirci e cambiarci irrevocabilmente» ha  scritto il nipote di Tenzing Norgay, il primo sherpa a salire sull’Everest. E così è stato. E tutti, ora più che mai, dobbiamo difendere questi luoghi sacri e non ridurli a un grande luna park dove ognuno vuole essere protagonista. Le tante vite spezzate sono reali. E nessuno dica che sono un “tributo alla montagna”. Lo sono, piuttosto, all’idiozia umana.


Danilo Di Gangi

Nota del curatore del blog e della Casa Editrice: Gli argomenti affrontati in questo articolo sono di esclusiva responsabilità dell’autore del testo pubblicato


Danilo Di Gangi
Danilo Di Gangi ha pubblicato con Edizioni il Ciliegio il libro Nepal fra terra e cielo. Nato a Cuneo,  dove risiede, Di Gangi è uno scrittore, un viaggiatore e un insegnante: ha pubblicato per le edizioni L’Arciere: Cieli d’infinito. Mongolia, terra senza tempo (2003); Il Gioiello di neve. Kailash, l’essenza del Tibet (2004); Fra barbari e dei. La vera politica cinese in Tibet (2008). Per le edizioni Campanotto: Siberia (in)contaminata (2010). Per Edizioni Il Ciliegio ha pubblicato anche: Viaggio al limitare del tempo. Un racconto esoterico (2010); Lungo come l’Indo (2012). Per le edizioni Pietre Vive: Forse spazi (2013), raccolta di poesie e immagini.






18/04/17

Gli amori dell'Orlando Furioso

Eccoci giunti all'ultima puntata dell'approfondimento sull'Orlando furioso di Ludovico Ariosto. Uno dei poemi cavallereschi più amati della nostra letteratura. Bianca Degli Espositi firma il suo ultimo articolo riguardante tale tema. I suoi contributi resteranno a disposizione di chiunque li voglia leggere.


Le donne, i cavallier, l’arme e, infine,
GLI AMORI

Ché non è in somma Amor se non insania… (XXIV 1) scrive l’Ariosto.
Molti sono gli innamorati nell’Orlando Furioso, il poeta li osserva con ironica benevolenza e il pizzico di paternalismo di chi “c’è già passato”.
Angelica e Medoro, Orlando impazzito e rinsavito, Bradamante e Ruggiero. I sentieri degli innamorati sono infiniti e il lettore può scegliere quale gli piace di più.
Io preferisco la storia di Isabella, principessa musulmana di Galizia. È dolce e determinata, sensibile e coraggiosa, non combatte come Bradamante o Marfisa, non civetta come Doralice, non usa magie, ma non si arrende mai.
La sua è una storia di amore e di morte e, unica nel poema, commovente.
Innamorata del cristiano Zerbino, per raggiungerlo gliene capitano di tutti i colori. Sopravvissuta a una tempesta in mare, Odorico tenta di violentarla ma lei, quando lo vede più sempre cupido e villano…si difende con piedi e con mano, adopera sin l’ugne e il morso, gli pela il mento e gli graffia la pelle (XIII 28), grida tanto che la sentono dei pirati… il villano scappa e lei viene rinchiusa in una grotta, in attesa di essere venduta.
La trova Orlando (e noi con lui) alla fine del XII canto. È una quindicenne bella sì, che facea il loco salvatico parere un paradiso (XII 91), dopo Angelica, la più bella è lei.
Neanche a dirlo, Orlando stermina i pirati come fossero un gran drappel di biscie (XIII 38) e la accompagna da Zerbino. Lui nel frattempo ha rischiato in vario modo la pelle e si è coperto di gloria in difesa del re Carlo.
I due innamorati non credono ai loro occhi, si baciano, lei piange di gioia, lui giura ad Orlando eterna fedeltà.
Tutto sembra andare per il meglio, invece, nel giro di poche ottave, Zerbino, con gran desolazione del lettore e di Isabella, muore per mano dell’antipatico Mandricardo.
Isabella gli giura eterna fedeltà e sceglie un destino di casta solitudine.   
La incontra Rodomonte, decisamente sfortunato in amore, che non vede l’ora di farla sua. Lei non può opporre resistenza a quel gigante, non è armata e non sa combattere, ma è molto più intelligente di lui e lo frega.
Dice di aver inventato un’acqua che rende invulnerabili, se ne bagna il collo e le spalle e lo invita a provare su di lei la spada. Lui le crede e… le stacca dal collo il capo.
Quel fe’ tre balzi; e funne udita chiara voce che uscendo nominò  Zerbino.
Fe’ l’alma casta al terzo ciel ritorno, e in braccio al suo Zerbin si ricondusse. (XXIX 26-30).
È la vittoria dei due innamorati. Una sorta di lieto fine che non smette di commuovermi.
Ora tocca a Rodomonte diventar matto. Erige una monumentale tomba a Isabella, sfida i cavalieri di passaggio e vi appende le loro armi. È diventato quasi buono, a modo suo.
Lo ucciderà Ruggiero in un duello finale, assicurando così la vittoria cristiana.
Alle squallide ripe di Acheronte,
Sciolta dal corpo più fredda che ghiaccio,
Bestemmiando fuggì l’alma sdegnosa.
Che fu sì altiera al mondo e sì orgogliosa.(XLVI 140)
Così finisce Rodomonte, e finisce il poema.


Bianca Degli Espositi
Bianca Degli Esposti è nata nel 1952 ha conseguito la laurea in Filosofia a Bologna, ha insegnato per nove anni letteratura italiana nei licei internazionali in Francia e in Marocco e ha collaborato con l’Istituto di Cultura Italiano a Rabat. Ora è in pensione e vive a Mentone. Insieme ad Annamaria Zucconi forma il duo delle signore in giallo de Il Ciliegio. Hanno pubblicato L’appartamentode Place Garibaldì (2016); questo mese di marzo 2017 è stato pubblicato il secondo romanzo L’immobiliaredei fratelli Morin.




L'immobiliare dei fratelli Morin



















L'appartamento di Place Garibaldì