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13/01/21

Lo "Smart working" esisteva già cinquant’anni fa!


Soprattutto durante la prima fase dell’emergenza sanitaria si è molto sentito discutere di smart working. Qualcuno ha esaltato questa forma di lavoro più flessibile sostenendo che debba essere potenziata anche quando il Covid19 sarà solo un brutto ricordo; altri, da subito, hanno manifestato qualche scetticismo in più.

Come qualsiasi fenomeno sociale, culturale ed economico anche lo smart working non lo si può adottare nella sua forma più estensiva senza che prima venga seriamente valutato e regolamentato da tutti gli attori coinvolti: imprenditori, lavoratori, classi dirigenti, ecc…

Già prima della pandemia la precarizzazione e la discriminazione di genere in alcuni settori del mondo del lavoro è proliferata senza che si sia tentato di arginarle. In questo illuminante articolo che Irena Schiavetta ci propone possiamo trarre interessanti spunti di riflessione: il passato non va dimenticato per non compromettere le conquiste che crediamo acquisite e il nostro futuro.   

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di Irene Schiavetta

L’Osservatorio del Politecnico di Milano definisce lo smart working ”una nuova filosofia manageriale fondata sulla restituzione alle persone di flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati”. Ma è tutto oro quello che luccica? Ed è veramente “nuovo” come sembra?

Ebbene, bisogna ricordare che a partire dagli anni Sessanta è già esistito, in Italia, quello che oggi chiamiamo “smart working”, una modalità di “lavoro agile” che interessava un ben preciso tipo di lavoratori: le donne.

Le coordinate generali dell’occupazione femminile, in quegli anni, erano legate indissolubilmente a una serie di tradizioni, abitudini e convinzioni molto radicate nella società. Ad esempio, era prassi comune che le donne, quando si sposavano, fossero licenziate alla nascita del primo figlio (ma anche oggi, quante devono accettare un trattamento simile?). Nello stesso tempo, gran parte del lavoro agricolo continuava a essere svolto da loro, che dovevano quindi barcamenarsi tra la fatica nei campi e quella in casa (compreso l’allevamento dei figli, visto che non esistevano adeguate strutture per l’infanzia). La società italiana era ancora di stampo patriarcale, le donne erano tenute a casa dal legame con i figli e la loro attività lavorativa era considerata sempre “gratis data”, pur essendo pesante. La divisione dei ruoli era rigida: l’uomo si preoccupava del reddito, la moglie era una casalinga. Se poi tra le sue mansioni c’erano quelle, come detto, di contadina o lavoratrice precaria, non erano che inevitabili conseguenze della sua “naturale” condizione. Quindi, dovute.

Occorre considerare che nelle fabbriche, a partire dalla seconda metà degli anni ’50, la meccanizzazione era andata avanti a passi da gigante. Di conseguenza, soprattutto nel terziario e in particolari nei settori industriali quali ad esempio la meccanica di precisione e la costruzione di apparecchiature elettriche, gli operai qualificati potevano essere sostituiti – con grande risparmio – da donne. Erano perfette perché costituivano una manodopera flessibile, mobile, erano adatte a mansioni non qualificate e molto ripetitive, che tuttavia richiedevano abilità, precisione, pazienza. Man mano che passavano gli anni, quindi, soprattutto nelle aree urbane, le donne furono sempre più spesso impegnate in lavori a domicilio che andavano dalla sartoria all’assemblamento di ingranaggi elettrici, dalla costruzione di giocattoli alla creazione di monili. Erano attività precarie e intermittenti, difficili oggi da ricostruire dettagliatamente, ma che avevano un punto in comune: l’assenza di ogni garanzia e tutela.

Anche le donne regolarmente assunte non se la passavano meglio: nelle fabbriche spesso erano relegate nelle categorie e qualifiche più basse e private di ogni possibilità di avanzamento di carriera, con discriminazioni salariali (che nel mondo del lavoro femminile esistono ancora oggi!).

A partire dagli anni Sessanta quindi questo antenato dell’attuale “smart working”, il lavoro a domicilio, è stato comune tra le donne. Spesso il reddito del capofamiglia non era sufficiente, ma contemporaneamente la moglie doveva essere a casa a tempo pieno per seguire la famiglia. Molte grandi aziende d’altronde attuavano un deciso decentramento produttivo, per cui diverse fasi della lavorazione erano svolte tramite imprese minori, fino al lavoro a domicilio, l’ultimo anello di questa catena, una modalità lavorativa caratteristiche elevate di sfruttamento, ritmi di lavoro massacranti e spesso condizioni igienico-sanitarie precarie per tutta la famiglia (in caso di utilizzo di sostanze nocive nell’ambiente domestico).

D’altra parte, le stesse lavoratrici tendevano a considerare positivamente l’enorme vantaggio di potere restare a casa senza apparenti obblighi e imposizioni di orario, scambiando per libertà quella che era invece l’espressione massima dello sfruttamento e dell’emarginazione.

Nel romanzo “La tabacchiera di Otto Schmitt” vediamo la protagonista, Carmelina Spadafora, originaria della Calabria e trasferitasi nel Nord Italia nel paesino di Colombano, costretta dalle circostanze a trovare un lavoro a domicilio, per poter guadagnare qualcosa pur avendo una figlia in età scolare e nessuna specializzazione. Non sarà la prima, né l’ultima delle difficoltà che dovrà affrontare, dal giorno in cui, con un matrimonio combinato, ha lasciato la Calabria per un viaggio interminabile…

 

Irene Schiavetta vive a Savona con il marito e i figli e insegna pianoforte presso il Conservatorio di Cuneo, dove è vicedirettore. Ha scritto commedie brillanti, racconti, il romanzo Le tre signore (Coedit, premiato in concorsi internazionali); testi di letteratura (pubblicati da Atlas); cinque libri gialli con Fiorenza Giorgi, fra cui Il mistero di San Giacomo (Fratelli Frilli); il racconto per bambini L’Occhio di Bubuz (il Ciliegio). Ha pubblicato inoltre testi di didattica musicale tra cui Primo Piano, Il nuovo Centone (Carisch) e Mai troppo piano, Il Millione, Su e giù per le scale, Pianopiùforte (Dantone).

La tabacchiera di Otto Schmitt è il suo ultimo lavoro letterario recentemente pubblicato da Edizioni Il Ciliegio.

14/02/18

Ecco perché scriviamo libri

La letteratura non è la realtà, ma, se è buona letteratura, ha l’innegabile virtù di saperla spiegare. Ha la capacità di sciogliere i nodi ingarbugliati della quotidianità. La letteratura ammanta di emozioni e significati quei nodi: ce li svela. Ed è un po’ quello che è accaduto a Nicole Alice Masieri, studentessa del Corso di laurea in servizio sociale dell'Università di Firenze, dopo aver letto il romanzo di Paolo Pajer Per altre vite. Un libro che le ha lasciato così tanto, che nel rispondere all’autore ha scritto un lungo commento che vale più di molte recensioni formali. Per gentile concessione di Nicole, lo proponiamo integralmente. Sono pagine come queste che ci rendono orgogliosi di fare ancora gli editori.

i.b    



di 
Nicole Alice Masieri

Buongiorno Paolo, se non sono troppo informale le vorrei scrivere dandole del “TU” in visione del nostro futuro rapporto tra colleghi al termine dei miei studi. Ho impiegato più tempo di quanto pensavo a leggerti, mi sono soffermata su molti punti, ci ho riflettuto e me li sono appuntati. Forse il mio commento sarà il più lungo che avrai mai letto sul tuo libro “Per altre vite”, ma ci tengo a esprimerti tutto ciò che ho percepito sia sul lato professionale che personale.

Nelle prime pagine ho rivissuto in parte l’ultimo tirocinio della triennale: l’ufficio, l’attesa, la domanda e l’ascolto partecipato. Una frase che mi ha colpito molto, e che nella mia esperienza, seppur breve, ho notato essere di grande importanza è: “buona parte della moneta più preziosa con cui ci remunera il tempo: i ricordi”. Tempo e ricordi, hanno un legame apparentemente indissolubile, fino a quando la malattia non si impossessa dei ricordi, delle emozioni, del passato e dei legami.

Molte volte, durante il tirocinio, mi domandavo quale fosse il motivo per cui le persone all’interno dell’ufficio si sentissero al sicuro, seppur non avessero mai visto quel posto e conosciuto l’assistente sociale. Mi ha fatto sorridere ritrovare questo mio dubbio nel pensiero di Marco. Vero è che l’ufficio è un luogo in cui le persone vengono accompagnate alla risoluzione dei loro problemi, il più possibile accogliente, ma in molti casi, come la cronaca ci comunica, sono luoghi che si sono macchiati di sangue, di dolore e di paura. 

Ho ritrovato nel libro riferimenti rispetto all’attuale situazione che ci troviamo ad affrontare, la povertà, la mancanza di lavoro che va a colpire un’altra fascia di persone, detta zona grigia. La situazione di svantaggio ad oggi, colpisce anche coloro che hanno sempre avuto un’occupazione, ma che a causa della crisi del 2008 della quale ancora oggi sentiamo gli strascichi, piccole e medie imprese o per evitare il fallimento o a causa del fallimento hanno licenziato un gran numero di lavoratori. Disperati cercano aiuto attraverso i servizi sociali, che purtroppo non hanno le risorse per accogliere tutta la domanda. Mi è capitato spesso di provare frustrazione quando mi sentivo inutile, inerme di fronte al bisogno di una persona che cercava nel servizio solo un modo per far sopravvivere la propria famiglia, ancora prima di se stesso.

Ho colto molto spesso l’empatia di Marco, la sua capacità di saper ascoltare e di rispettare in silenzio lo spazio dell’altro. È altrettanto messo in evidenza come il lavoro dell’assistente sociale è estremamente collegato alla rielaborazione di tutto ciò che vede e ascolta durante una giornata di lavoro o nell’arco di un mese; rimettendo in ordine i pezzi sparsi per creare un quadro tangibile delle situazioni e ritrovarsi a volte di fronte a contesti diversi da come si era immaginato. Il tutto cercando di stare nei tempi, nelle scadenze e soprattutto evitando il burnout.

Il caso della piccola Alice è molto simile ad una situazione che ho conosciuto durante il mio tirocinio: l’attesa che succeda qualcosa di spiacevole e/o di grave per poter intervenire. È una condizione in cui si trovano molti bambini, a mio avviso paradossale, alla quale non ci si dovrà mai abituare. La storia della piccola Alice e di suo padre Vittorio mi ha fatto pensare a come nei libri venga spesso scritto dell’importanza di instaurare un solido rapporto di fiducia tra operatore e utente, ma che, nel lavoro pratico, non sempre funziona in questo modo quando ci si trova difronte a situazioni di violenza.

Ho apprezzato inoltre come in poche righe descrivi la percezione che le donne maltrattate hanno nei confronti degli uomini maltrattanti. E come, non tanto lontano da Marco, aveva il chiaro esempio di quella trappola psicologica, ciclica che si era impossessata di Selene. Un altro tema a cui sono particolarmente interessata è la violenza assistita, nel libro la definisci “mina antiuomo”, penso che tu abbia colto completamente ciò che provoca nell’immediato e negli anni, imprigionando futuri adulti tra i propri fardelli di dolore e sofferenza.

Ho apprezzato moltissimo il racconto del vissuto di Marco: sberle, pugni, alcol, fumo, sogni, sorrisi immaginati e infine l’allontanamento. Il suo vissuto mi ha fatto riflettere sul fatto che molte volte ci si scorda che l’assistente sociale è prima di tutto una persona, con la sua esperienza di vita, più o meno felice, più o meno dolorosa e che per poter progettare l’aiuto per l’altro deve mettere in sospeso la sua vita privata.

Ti devo confessare che mi hai fatta commuovere nell’ultima parte del libro, il racconto di Claudio, dell’amore, della passione, del passaggio tra “il prima e il dopo”, della ricerca, del ritrovamento ed infine della scelta consapevole della morte. Inevitabilmente il mio pensiero si è spostato su Fabiano Antoniani, conosciuto come dj Fabo, che ha cercato la libertà in un Paese non suo, come Adele. Il dolore delle persone che hanno accompagnato in questo percorso Fabiano e Adele, consapevoli che da quel viaggio sarebbero tornati senza qualcuno, con un bagaglio colmo di dolore, rancore, sensi di colpa. Ma peggio, forse, è stato rivivere tutte quelle emozioni all’interno di un Tribunale, aspettando di essere giudicati da quello che è stato fino a quel momento uno “Stato sordo”.

Dopo aver scritto più che un commento un poema, vorrei congratularmi con te. “Per altre vite” penso che sarebbe estremamente utile per tutti gli studenti che decidono di intraprendere il percorso che li porterà a diventare assistenti sociali, aiutanti di mestiere, al fine di comprendere, almeno in parte, come questa professione sia allo stesso tempo difficile e appagante. Come gli occhi pieni di spensieratezza di Alice e la dipendenza di Vittorio siano situazioni che spesso vanno a braccetto. Come saper semplicemente ascoltare, senza domandare troppo, aspettando, a volte, sia importante per risolvere insieme i problemi. Come l’autodeterminazione di Helga racchiude tutte quelle persone che dentro se stesse hanno già la soluzione, ma attraverso gli strumenti dell’assistente sociale riescono a conquistare, riscoprire il controllo sulla propria vita.

Marco è il collega che spero di incontrare nel mio futuro lavorativo, è il collega che spero mi possa affiancare nei primi momenti in cui mi troverò a tu per tu con il lavoro pratico dell’assistente sociale. Marco è il collega con il quale mi confronterò per risolvere i miei dubbi o semplicemente per accertarmi di stare facendo un buon lavoro.

Sono libri come questi che mi danno la spinta e la voglia di lavorare subito sul campo e mettere in pratica ciò che ho studiato in questi lunghi cinque anni universitari, scoprendo e imparando continuamente.
Anche se avrei preferito farteli di persona, Complimenti Paolo!






Paolo Pajer è assistente sociale e scrittore: ha pubblicato Il punto estremo - Erga Edizioni, 2012; pubblicherà a ottobre 2017 per Edizioni Il Ciliegio il romanzo Per altre vite, una storia che ha per protagonista proprio un assistente sociale.

29/01/18

La storia dell'ex Enaoli in un romanzo senza tempo

Istituto Enaoli

Sarà presentato sabato 3 febbraio alle 17.30 nella Sala “Remo Branca” di Iglesias, il libro intitolato Fill’e fortuna della scrittrice Giorgia Loi e pubblicato da Edizioni Il Ciliegio.

Fill’e fortuna è una storia che si racconta nella cittadina mineraria di Iglesias, nell’immediato dopoguerra, quando, nel clima di rinascita e ricostruzione postbellica che ha caratterizzato anche la Sardegna sud occidentale, prende vita un’istituzione: il Collegio “Enaoli”. Inizialmente pensato per accogliere gli orfani del lavoro - arrivati dall’intera isola - e dare loro un’opportunità di crescita e formazione, spalancò le porte del mondo dell’occupazione e della vita a moltissime persone.

Il Collegio “Enaoli” è stato una grande istituzione, che negli anni Sessanta ha inciso a livello nazionale: il suo fondatore fu Emilio Giaccone, che ebbe l’incarico governativo di presidente dell’Ente dalla fine della guerra fino al 1970. L’istituzione ha operato nel Lazio, in Piemonte, in Toscana e in altre regioni. Attualmente è in corso il processo di beatificazione di Emilio Giaccone.

A patrocinare l’incontro sono: il Comune di Iglesias, l’Associazione culturale “Liberi di volare” scrittori iglesienti e l’Associazione culturale “Radici e Ali”.
Alla presentazione interverranno Pietro Martinetti, scrittore e membro dell’Associazione “Liberi di volare”, che svolgerà il ruolo di moderatore della kermesse; Daniela Aretino, archivista e paleografa, il cui intervento sarà incentrato sulla storia dell’istituzione del Collegio “Enaoli”; Barbara Guardo, insegnante, che illustrerà quali furono gli obiettivi pedagogici dell’ex orfanotrofio e come questi obiettivi abbiano alimentato una letteratura di riferimento.

Nel corso della serata Maura Cau, Riccardo Eleuteri ed Ennio Meloni leggeranno dei brani tratti dal libro “Fill’ e fortuna”, mentre Carlotta Calabrò e Carlo Cauli intratterranno il pubblico  esibendosi nel canto con intermezzi musicali e pezzi di sottofondo alla lettura dei brani. È inoltre prevista la testimonianza di ex collegiali dell’Istituto “Enaoli”. 




Trama

Antonio Peddis, classe 1949, arriva da un paesino dell’iglesiente, da una Sardegna arcaica e ancestrale, di miti e leggende che resta scolpita nell’immaginario di ogni isolano affezionato alla propria terra. Figlio di un minatore e di una massaia, erede di una tradizione legata da sempre all’amore per la terra, Antonio scoprirà che la sua strada è stata già tracciata fin dal giorno che la madre lo mise al mondo e con la sua forza e la sua energia, scriverà le pagine del proprio romanzo, che è la vita stessa, per consegnarlo al lettore che si lascerà condurre insieme a lui dai viottoli polverosi della strade di Senis e gli arbusti profumati del Marganai alle aule di un istituto che diventerà la sua casa negli anni della giovinezza, fino a un epilogo che si svelerà da sé nel succedersi naturale degli eventi.  




Giorgia Loi è nata a Iglesias (CI) il 17 giugno 1972 e risiede a Gonnesa (CI). Ha conseguito la laurea in Lettere Classiche presso l’Università degli Studi di Cagliari nel 1999. Nel 2010 ha pubblicato Lettera a Helena con la casa editrice Albatros. Nel 2014 pubblica il romanzo storico Cristalli di quarzo con Edizioni Il Ciliegio. Attualmente insegna letteratura italiana e storia nella scuola superiore.






19/12/17

Vuoi conoscere un casino? Un libro per tutte le età

di
Ivan Bavuso



Quando Alex Astrid mi ha chiesto di partecipare al tour dei blog di promozione al suo romanzo ho subito accettato. In primo luogo perché il curatore del blog della casa editrice che ha pubblicato il libro oggetto dell’iniziativa, non poteva certo esimersi dall’accogliere una simile proposta; in secondo luogo perché questo romanzo lo ho editato e impaginato e, di conseguenza, mi ci sono affezionato.
«Va bene» ho scritto via e-mail ad Alex: «Fammi solo sapere l’angolatura dell’articolo».
«Per tutte le età» mi ha risposto. Era una prospettiva impegnativa e interessante, ma soprattutto oculata da parte di una ragazza intelligente.
Alex è molto giovane e quando scrisse Vuoi conoscere un casino? frequentava ancora il liceo, io invece ho poco più del doppio dei suoi anni e potrei essere suo padre. Alex non me lo ha detto esplicitamente, ma ho intuito che non ama l’idea che il suo libro venga imprigionato in un genere letterario, seppure alla moda, come quello dello young-adult. O meglio, Alex è convinta che questo genere di libri possa essere letto anche da persone più mature. E sapete cosa vi dico? Alex ha ragione.
Mole volte noi adulti liquidiamo le istanze dei giovani accusandoli di essere superficiali, di non capire che la vita vera - quella al di fuori della bambagia in cui noi siamo convinti che questi ragazzi vivano - è tutto un altro affare rispetto alle loro problematiche. Ho riflettuto su questo tipo di pregiudizi e mi sono posto delle domande: E se fossimo noi adulti a essere dei bigotti nichilisti? Se ce la prendessimo con i giovani solo perché non lo siamo più e ci siamo dimenticati di esserlo stati? Quante volte abbiamo sentito dire: «I ragazzi non sono più quelli di una volta!» Ma come erano i ragazzi di una volta? Come ero io? Come saranno i miei figli? Be'... delle vere risposte non sono stato capace di darmele; tuttavia ho compreso che certe dinamiche sociali che coinvolgono gli adolescenti, certe situazioni emotive di un tempo non sono poi tanto diverse da quelle di oggi.
Con il romanzo Vuoi conoscere un casino? sono stato costretto a tornare indietro, pur nella consapevolezza di essere un uomo maturo. Nello “sporcarmi le mani” con la trama, i personaggi, le tematiche di questo libro, mi sono ritrovato a seguire con attenzione le vicende di una liceale (alter ego dell’autrice) e quelle dei suoi amici che, nel loro percorso di crescita, vengono investiti da quelli che sono e saranno sempre i grandi temi dell’umanità: la morte, l’amore, l’amicizia, il coraggio, il senso di inadeguatezza, la presunzione, le dipendenze, il conflitto generazionale, il sesso. Nel romanzo di Astrid c’è tutto questo e posso assicurarvi che non è poco.


Vuoi conoscere un casino?
Vuoi conoscere un casino?

Alex Astrid è nata il 7 giugno 1998, vive a Inzago, in provincia di Milano.  Ha frequentato il liceo linguistico Simone Weil di Treviglio. Dopo il romanzo Guardami, che ha auto pubblicato con ILMIOLIBRO, Edizioni Il Ciliegio ha compreso le potenzialità e ha deciso di pubblicare il suo secondo romanzo intitolato Vuoi conoscere un casino? Nella collana teenager.




28/10/17

Halloween, o la notte delle streghe

L’autrice Paola Rocco, esperta di tradizioni e folclore, spiega, in questo lungo articolo, l’origine della notte delle streghe.

Zucche di Halloween dietro una vetrina

di Paola Rocco

Dalla festa celtica in onore di Samhain alle zucche intagliate della tradizione americana: tutti i segreti della ricorrenza più paurosa dell'anno.

Zucche di cartapesta, ragnatele di zucchero filato, ragni di plastica fosforescente che brillano nel buio, streghe e vampiri in libera uscita per le strade: da qualche anno la festa di Halloween è entrata a far parte delle ricorrenze più attese dalla popolazione (non solo infantile) del nostro Paese, che approfitta della notte delle streghe per dar vita a una specie di Carnevale anticipato.
Acquisto recente nella nostra tradizione, Halloween ha in realtà origini antichissime: il 31 ottobre si celebrava infatti la festa celtica in onore di Samhain, principe dei morti e delle tenebre, quando si credeva che le leggi dello spazio e del tempo fossero sospese e il mondo degli spiriti tornasse a intrecciarsi con quello dei vivi. Di qui l'usanza di spaventare i defunti con travestimenti macabri o luci accese alle finestre (il fuoco protegge dagli spiriti) o, ancora, il tentativo di sventare i loro eventuali dispetti con offerte di latte o pane, che venivano lasciate fuori dalla porta o accanto al camino. Sembra che la classica domanda Dolcetto o scherzetto? dei bambini americani ricordi appunto questa tradizione. Col passar del tempo, la festa di Samhain si è fusa con la ricorrenza cristiana di Ognissanti: Halloween, infatti, è la contrazione dell'espressione inglese All Hallow's Eve, ossia Festa di Tutti i Santi.

Gatti neri e "ratti volanti", gli animali della notte delle streghe
Pipistrelli, gatti neri, civette, gufi: sono questi gli animali che più comunemente si associano alla notte delle streghe. I primi, oltre che per il loro aspetto sinistro e la loro natura ambigua, doppia, di "ratti volanti", suscitavano l'avversione degli abitanti dei villaggi per le numerose leggende che li dipingevano come vampiri travestiti. Anche il fatto che fossero in grado di svolazzare sopra le fiamme dei falò accesi la notte del 31 (proprio per scacciare gli spiriti maligni) generava nei loro confronti non poche antipatie. I gatti, specie se neri, furono ritenuti per secoli i famigli o servitori più fedeli delle streghe o anche streghe camuffate loro stessi, mentre civette e gufi erano considerati uccelli di malaugurio, e udirne il verso un sicuro preannuncio di sventura.

Tarocchi e mele rosse per sbirciare nel futuro
Un tempo si credeva che, durante la notte di Halloween, le predizioni e i tentativi di sbirciare nel futuro avrebbero avuto più successo che in ogni altro giorno dell'anno: la si riteneva, ad esempio, una notte adatta per farsi leggere i tarocchi dalla strega buona di turno. Ma non mancavano neppure sistemi di divinazione più casalinghi, come quello a base di comunissime mele rosse: chi la vigilia di Ognissanti, spaccandone una a metà, avesse trovato nell'interno due semini, sarebbe andato all'altare entro breve. Tre semini annunciavano una prossima eredità, quattro grandi guadagni.
In Francia e in Irlanda si prepara ancora oggi il callcannon, un piatto a base di patate, cipolle soffritte e pane, che nasconde nell'impasto vari piccoli oggetti, come anelli o bamboline, ognuno con un significato. Chi ne trova uno nella sua fetta, avrà in sorte il destino corrispondente.

Il mese dei morti a Roma
A Roma il mese di novembre era per tradizione il mese dei morti, cioè quello dedicato alle celebrazioni in memoria dei defunti, che si svolgevano in tutte le chiese della capitale e nei vari camposanti cittadini (a San Giovanni in Laterano, Santa Maria in Trastevere, Santo Spirito). Una delle più solenni aveva luogo presso la chiesa di Santa Maria dell'Orazione e Morte in via Giulia, per l'occasione addobbata lugubremente con drappi neri, ceri accesi e fiori. Veniva esposto anche un catafalco fatto di teschi e ossa, mentre due scheletri, con in mano falce e clessidra, ammonivano: "Ancor noi fummo, come voi, che qui venite…". Inutile dire che la macabra cerimonia aveva un forte impatto sull'immaginazione della folla dei fedeli, che per tutto l'Ottocento conservò l'abitudine di frequentare in massa anche la cappella sotterranea della chiesa, simile al cimitero dei Cappuccini, che ancora oggi esiste, in via Veneto.
La sera del 31 ottobre era invece, per tradizione, dedicata alla lettura dei tarocchi e a pratiche magiche di vario genere, molte delle quali allo scopo di evitare che gli spiriti dei defunti vaganti nella notte tornassero a infastidire i viventi. Per cercar d'ingraziarseli, molti romani usavano lasciare sul davanzale della finestra o accanto alla porta di casa (o, ancora, presso il focolare) piccole offerte, in genere a base di latte e pane, che avrebbero assicurato alla famiglia protezione e fortuna per tutto il resto dell'anno.

La zucca di Jack O' Lantern
L'usanza di accender candele all'interno di zucche intagliate deriva dalla leggenda irlandese che ha per protagonista Jack O' Lantern, un astuto ubriacone che riuscì per ben due volte a beffare il demonio, imprigionandolo e togliendogli ogni potere. Una volta morto, Jack, scacciato dal paradiso, andò a bussare alle porte dell'inferno, ma il diavolo, memore dei tiri mancini che gli aveva giocato, non volle riceverlo, e gli tirò dietro una candela accesa perché gli facesse luce nel viaggio di ritorno. Per riparare la fiamma dal vento, Jack la mise in una rapa bucherellata, servendosene poi come di una lampada: e da allora vaga nella notte, in attesa del Giudizio.
La leggenda fu importata in America dagli emigranti irlandesi, circa un secolo fa. E' nel nuovo continente che le rape si trasformano in zucche, di maggiori dimensioni e più facili da intagliare, diventando l'elemento più caratteristico della festa di Halloween. La notte del 31, in quasi tutte le abitazioni compare, sul davanzale della finestra o i gradini dell'ingresso, la classica zucca intagliata a mo' di faccia, spesso nel modo più sinistro possibile, per dissuadere dall'avvicinarsi le anime inquiete che, come Jack, cercano la via di casa.

Linus, o dell'Halloween alternativo
Non tutti i bambini d'America aspettano con ansia Halloween per mettere la zucca alla finestra e girare per le case a chieder dolcetti, abbigliati da fate o vampiri. Uno dei piccoli americani più famosi del mondo, infatti, non crede nella notte delle streghe e si rifiuta da sempre di festeggiarla nel modo consueto. E' Linus, il membro più giovane della famiglia Van Pelt (almeno fino alla nascita del fratellino Ripresa, che, come dice il nome, è la sua replica perfetta), a non cedere all'appuntamento di fine ottobre, sottraendosi ostinatamente al rituale del dolcetto o scherzetto. Nato dalla penna di Charles Schulz insieme a tutti gli altri protagonisti delle strisce dei Peanuts, Linus è solito trascorrere la notte di Halloween in perfetta solitudine, accovacciato nell'orto dei cocomeri vicino casa, gli occhi fissi al cielo nel tentativo d'individuare Il Grande Cocomero, fantomatica divinità a metà tra un'enorme zucca e Babbo Natale (che appare, sostiene la leggenda, solo al possessore dell'orto più sincero). Inutili gli sforzi di amici e parenti per distoglierlo dalla sua ossessione. Si registrano, invece, numerosi tentativi di proselitismo da parte sua. Uno, in particolare, vede protagonista la piccola Sally, combattiva sorellina di Charlie Brown, che in uno degli episodi acconsente a trascorrere la notte nell'orto dei cocomeri, rinunciando a un ricco bottino di dolcetti. Salvo, il mattino dopo, rendersi conto che nessuna divinità si è manifestata e chiedere a gran voce d'esser risarcita.

Halloween al cinema
La notte delle streghe ha spesso suscitato l'interesse di soggettisti e registi, in molti casi d'oltre oceano, che su questa particolare ricorrenza hanno imbastito a volte vere saghe dell'orrore. Una delle più celebri è quella avviata da John Carpenter con il fortunatissimo Halloween, la notte delle streghe, del 1978, in cui un maniaco omicida fugge dal manicomio (dov'è stato internato quindici anni prima per aver ucciso la sorella) e fa un massacro. Il tutto, naturalmente, la sera del 31 ottobre. Seguono Halloween 2, il signore della morte di Rick Rosenthal, Halloween 3, il signore della notte di Tommy Wallace e poi ancora Halloween 4, Halloween 5 e Halloween 6 - La maledizione di Michael Myers. Senza dimenticare l'ormai mitico Scream di Wes Craven, in cui un assassino che indossa una maschera della Morte modellata sull'Urlo di Munch fa scempio di adolescenti dopo averli interrogati sui classici dell'orrore. Per cercare di prevederne le mosse, i superstiti si riuniscono davanti a una videocassetta che sperano possa dar loro qualche suggerimento: si tratta, non a caso, dell'Halloween di Carpenter.
Insomma, se avete voglia di festeggiare in casa la sera del 31, magari con qualche amico e una fetta di torta al cioccolato decorata con pipistrelli e mostri di zucchero (compaiono ogni anno in tutte le pasticcerie, insieme a molte altre leccornie rigorosamente a tema) non c'è che l'imbarazzo della scelta. Buona visione e, a proposito… dolcetto o scherzetto?


Paola Rocco è nata a Roma nel 1969. Dopo la Laurea in Lettere conseguita all’Università La Sapienza ha collaborato con diverse testate giornalistiche e agenzie di stampa. Al suo attivo anche esperienze di insegnante di letteratura italiana, lingua e letteratura latina e storia medioevale, moderna e contemporanea. Nel 2013 il suo racconto Isola è stato pubblicato su NuoveStorie.it, il sito de “la Repubblica” dedicato ai nuovi autori. La carezza del ragno, pubblicato da Edizioni Il Ciliegio è il suo primo romanzo







11/05/17

Contro le mafie con "Il profumo del Maestrale". A Buccinasco la trasposizione teatrale.



Dal romanzo allo spettacolo teatrale. “Il profumo del maestrale” il libro di denuncia conto la criminalità organizzata, scritto da Alessandra Sala, va in scena a Buccinasco domenica 21 maggio all’Auditorium Fagnana di via Tiziano.

Lo spettacolo è l’ultimo appuntamento della rassegna Buccinasco contro le mafie, un festival culturale nato cinque anni fa per volontà dell’Amministrazione comunale per affermare l’impegno di questo comune in favore della legalità e in contrasto alle mafie. Ma soprattutto per non dimenticare e fare memoria delle vittime della criminalità organizzata e della storia stessa della cittadina del Sud ovest milanese definita la Platì del Nord. Una rassegna dal titolo chiaro e diretto che ha visto protagonisti, insieme all’Amministrazione comunale, scuole, associazioni, parrocchie, biblioteca, magistrati, artisti, giornalisti, scrittori e il mondo dello sport.

Come è noto, Buccinasco è sotto la lente di ingrandimento di media e magistratura per la presenza massiccia della ‘ndrangheta. La nostra città non può e non vuole dimenticare la propria storia ma non deve rinunciare all’idea di un futuro diverso: è necessario parlarne per evitare l’oblio e l’omertà che impediscono quella necessaria reazione civile per rendere il territorio inospitale per la criminalità organizzata.
Ogni anno si propongono agli studenti e alla cittadinanza momenti di riflessione attraverso linguaggi diversi. Incontri, laboratori e spettacoli per bambini e ragazzi – in 5 anni coinvolti oltre 3 mila studenti – mostre, concerti, percorsi tra i beni confiscati, confronti con magistrati, autori e giornalisti, reading letterari e naturalmente la lettura dei nomi delle 900 vittime innocenti di tutte le mafie. 

«Ogni libro nasce dal desiderio di raccontare qualcosa di sé o delle persone care. Questa storia è nata per narrare ai bambini una storia di giustizia e legalità perché, come ha dichiarato anni fa Antonino Caponnetto padre del pool antimafia: “La mafia teme la scuola più della giustizia. L’istruzione taglia l’erba sotto i piedi della cultura mafiosa” – spiega Alessandra Sala – Parlarne, ma come? Mi sono chiesta, così ho pensato che potevo affrontare l’argomento attraverso un ragazzino a cui vengono uccisi i genitori sotto gli occhi. La tragedia scatena nel cuore del ragazzo innumerevoli domande: perché è successo? Chi erano i miei genitori? Avevano stretto un accordo con la ‘ndrangheta o erano solo delle vittime? Accanto al protagonista ho fatto ruotare diversi personaggi, tra cui Rino: il sindaco ecologista. Per questa figura mi sono ispirata all’attuale vicesindaco di Buccinasco. Un uomo perbene, che svolge il suo lavoro con rigore e passione. La stessa passione che mi ha portato a finire la mia storia, iniziata in Calabria, proprio a Buccinasco città dove abito. Una città sotto la lente di ingrandimento di media e magistratura per la presenza massiccia della ‘ndrangheta. Una città dove vivono tante persone speciali che lottano  per creare un futuro diverso per i propri figli e per togliere da Wikipedia l’etichetta di Buccinasco “culla della ‘ndrangheta.”.»


Il profumo del maestrale



La trasposizione del libro è stata curata da Messinscena Teatro e sarà rappresentata domenica 21 maggio alle 16.
Lo spettacolo, come nel libro, racconta la storia di un ragazzino che perde all’improvviso i genitori, uccisi davanti ai suoi occhi sotto i colpi della ‘ndrangheta. L’orfano sarà allontanato dalla sua città per entrare nel programma di protezione testimoni e affidato a una famiglia che lo aiuterà a sciogliere il dolore e a scoprire la verità sulla morte dei suoi genitori.

Alessandra Sala risiede a Milano. È scrittrice, giornalista professionista, copywriter pubblicitaria, autrice di testi radiofonici e televisivi. Ha pubblicato numerosi libri per bambini e ragazzi: Con Edizioni il Ciliegio ha pubblicato Cacciatrice di calzini (2014), Quattro ali per volare, che si è rivelato il libro più venduto da questa casa editrice, nel 2014, e Cotton Blu, orsetto dal codino blu (2016).


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06/04/17

Lo scrittore Luis Sepulveda ha scritto la prefazione di "Ruggero e la macchina del tempo"

Esce oggi il libro di Chiara Taormina: “Ruggero e la macchina del tempo”. Si tratta di una bella storia che Edizioni Il Ciliegio ha pubblicato nella collana Ciliegine dai 9 ai 99 anni. A impreziosire questo romanzo breve per ragazzi sono le illustrazioni di Mirko Maselli, ma soprattutto è la prefazione del grande scrittore cileno Luis Sepulveda ad attestare il valore dell’opera. Sepulveda, autore di tantissimi romanzi e racconti, è capace di far sognare adulti e bambini. Citiamo solo due dei suoi lavori più rappresentativi, ma ce ne sarebbero molti altri che meritano di essere letti: Il vecchio che leggevaromanzi d’amore e Storia di unagabbianella e del gatto che le insegnò a volare
Di seguito riproponiamo il testo originale di Luis Sepulveda e sotto la traduzione in italiano.


Luis Sepulveda

Una bella historia para leer entre todos.
Los libros de mi amiga Chiara Taormina no son historias para leer en soledad, alejado de la gente que queremos. Las historias que cuenta y escribe Chiara Taormina son para ser leídas en voz alta, junto al fuego ahora que es invierno, o al atardecer de un día de verano. Son historias para ser leídas entre todos y oídas con atención.
Así ocurre con esta historia de Ruggero y su amigo Samù, que un día deciden ayudar a un conejo extraviado, un conejo muy diferente, un conejo que conoce algo que Ruggero y Samù no conocen, y que se llama afecto, cariño, amor que algunos seres  humanos sienten por los animales.
La selva donde viven Ruggero y sus amigos es un lugar seguro porque está alejado de los seres humanos, pero deciden ayudar a ese otro conejo, al conejo diferente que necesita ayuda, y así se lanzan a una aventura que puede ser peligrosa.
Cada pedazo del camino que recorren está acompañado de una bella reflexión poética, de un Haiku y, como una manera de acompañar a Ruggero, Samù y Ciuffo, el conejo diferente, la historia nos invita también a descansar con ellos respondiendo a las ingeniosas adivinanzas de Maurizio Maiorana.
Como escritor, como hombre al que le agrada contar historias, sé lo difícil que es escribir para los lectores de pocos años, para los niños y los padres que  conservan la formidable costumbre de leer a sus hijos. Mi amiga Chiara Taormina consigue siempre mantener la atención y la curiosidad, con manera de contar nos hace participar y gracias a eso un libro deja de ser algo exclusivamente personal y se convierte en un patrimonio de todos los que amamos las bellas historias bien contadas.
Gracias, Chiara Taormina por esta hermosa historia que leeré a mis nietos junto al fuego, ahora que es invierno.

Luis Sepúlveda
Gijón. Asturias. Enero 2017.

Una bella storia da leggere per tutti.
I libri della mia amica Chiara Taormina non sono storie da leggere in solitudine, lontano dalla gente che amiamo.
Le storie che racconta e scrive Chiara Taormina sono per essere lette a voce alta, attorno al fuoco adesso che è inverno. Oppure in un giorno d’estate al calar del sole. Sono storie per essere lette da tutti e ascoltate con attenzione.
Così come questa storia di Ruggero e il suo amico Samù, che un giorno decide di aiutare un coniglio smarrito, un coniglio molto particolare, un coniglio che conosce qualcosa che Ruggero e Samù non conoscono, che si chiama affetto, tenerezza , amore che alcuni esseri umani avvertono per gli animali.
La selva, dove vivono Ruggero e i suoi amici, è un luogo sicuro, perché si trova lontano dagli esseri umani, ma decidono di aiutare quest’altro coniglio, il coniglio particolare che ha bisogno d’aiuto, e così si lanciano in un’avventura che può rivelarsi pericolosa.
Ogni tappa del percorso che intraprendono è segnata dalla bella riflessione poetica di un haiku e, come un modo per accompagnare Ruggero, Samù e Ciuffo, il coniglio speciale, la storia ci invita anche a riposare con loro rispondendo agli ingegnosi indovinelli di Maurizio Maiorana.
Come scrittore, come uomo che ama raccontare storie, so com’è difficile  scrivere per i lettori di pochi anni, per i bambini e i genitori che conservano la formidabile abitudine di leggere ai propri figli.
La mia amica Chiara Taormina riesce sempre a mantenere  l’attenzione e la curiosità, attraverso un modo di raccontare che ci fa partecipare e grazie a questo un libro finisce per diventare  qualcosa di personale trasformandosi in un patrimonio per tutti coloro che amano le belle storie ben raccontate.
Grazie, Chiara Taormina per questa bella storia  che leggerò ai miei nipoti accanto al fuoco, ora che è inverno.

Luis Sepúlveda
Gijón, ASTURIE, GENNAIO 2017

Ruggero e la macchia del tempo
Il coniglio Ruggero e il suo amico pulcino Samù vivono felici nella Selva dei Conigli. Un giorno, in una collina poco distante, incontrano il coniglietto Ciuffo che è tristissimo perché è stato abbandonato dai suoi padroni. I due amici decidono allora di portarlo nella Selva.
Passano i giorni, ma Ciuffo continua a essere malinconico, così Ruggero e Samù si rivolgono alla Regina delle fate che dice loro di costruire una macchina del tempo perché Ciuffo possa ritornare al momento in cui è stato abbandonato. Sarà l’inizio di un’avventura mozzafiato: Ruggero, Samù e Ciuffo avranno a che fare con l’inventore Sparchi, il folletto Cronc, la Bocca degli Indovinelli, le Rose Parlanti del Regno delle Fate e il perfido topo Gaust seguito dal suo esercito. Alla fine, quando Ciuffo incontrerà i suoi padroni, nel loro cuore germoglieranno l’amore e la compassione e lui verrà accolto a braccia aperte. Ruggero e Samù, felici, saranno pronti per una nuova avventura.

Chiara Taormina è nata a Palermo, dove risiede, nel 1973. Appassionata di arte e cultura orientale, si diletta anche nella composizione di haiku. Ha dato alle stampe la raccolta di versi La voce della sera (Il Quadrifoglio, 2002) e i racconti per ragazzi Cammy e il tempio del sole (Edizioni il Ciliegio, 2013), Zeus e la sua magica avventura (Edizioni il Ciliegio, 2014) e Cammy e i pirati dell’ovest (Edizioni il Ciliegio, 2016).

Mirco V. Maselli, padovano, ha scritto i soggetti e realizzato le sceneggiature di circa trecento storie di Lupo Alberto e Cattivik, e delle tavole di Sturmtruppen. Ha illustrato articoli redazionali per lo storico Messaggero dei Ragazzi di Padova. Tiene laboratori di disegno nelle Scuole Primarie e ha insegnato sceneggiatura alla Scuola Internazionale di Comics di Padova. Ha pubblicato con Editoriale Scienza Storia dell’immondizia e C’era un’altra volta e con Lapis edizioni Hogard Faccia di Drago e Hogard Ali di Drago.




06/02/17

Come ho cominciato a scrivere storie di vampiri: genesi di un romanzo

di 
Laura Radiconcini


Laura Radiconcini
In principio fu Dracula (con l’aiuto di Christopher Lee). Io ragazzina, tanto innocente da non capire le pulsioni sessuali dietro la figura del vampiro, ma decisamente affascinata. Leggo tutto quello che trovo, da Bram Stoker a Sheridan Le Fanu. Poi però cominciano i dubbi: Dracula è malvagio, in modo irrecuperabile. Ecco, se ci fosse una possibilità di redenzione … ma non c’è. Mi è ricapitato tra le mani un racconto che ho scritto in quel periodo, dove il vampiro si pentiva, prima di finire arrostito dal sole. Infine mi è passata, ho continuato a innamorarmi di personaggi storici e/o letterari, ma vampiri basta. Leggevo fantasy però, e – cosa rara per una ragazza – anche fantascienza, a cui mi aveva introdotto una zia. Poi il lavoro, l’amore, un matrimonio molto felice, terminato tre anni fa con la prematura scomparsa di mio marito. Ho un figlio e faccio anche un po’ di politica, col Partito Radicale e poi con un’associazione ambientalista non dogmatica, gli Amici della Terra.

Negli anni non incontro più vampiri che mi interessino – Ann Rice mi lascia indifferente – con una eccezione: in un’antologia di racconti fantastici  c’è un personaggio straordinario. Il racconto si chiama L’arazzo dell’unicorno e fa parte di una raccolta intitolata The Vampire Tapestry. L’autrice si chiama Suzy McKee Charanas  e ci parla di un vampiro “naturale”, cioè frutto di una mutazione genetica. Ogni tanto va in letargo, non sa perché è così ed è l’unico della sua specie. Se può non uccide, lasciando le sue vittime immemori. Quando l’università in cui insegna sotto mentite spoglie lo forza ad andare da una psicanalista (ha attaccato una collega), inizia un’interazione affascinante con l’analista, che pian piano comincia a domandarsi se non si tratti di disturbo mentale ma di realtà. E si innamora di lui. Una volta che il professore capisce che lei sa, dovrebbe ucciderla, ma invece…. È il primo vampiro non malvagio che mi capita, ma non ho ancora Google e non posso dar seguito al mio interesse.

Il pellegrinaggio
Passa ancora del tempo, poi una mattina, prima di prendere il treno per Milano, mi compro un libro quasi a casaccio: Twilight. Se ne parla e sono curiosa. Finisco il libro in viaggio. Arrivata in Stazione Centrale non vado da mio figlio, vado in libreria. Non posso vivere un altro minuto senza procurarmi tutti i libri della saga. Ecco i vampiri che avevo sognato da ragazzina, capaci di redenzione e capaci anche di amare! Li leggo, li rileggo ma non mi basta, voglio di più. Dal sito dell’autrice scopro che esiste una forma di… come definirla, sub letteratura forse, che si chiama fan fiction. Ovvero persone che scrivono storie ispirate ai libri/film/ serie Tv che amano. Harry Potter ad esempio, oppure Game of Thrones. E anche Twilight. Tutto messo in rete su vari blog e siti, a puntate e gratis. Non si può guadagnare con la fanfiction, perché i diritti sono degli autori originali.
È una festa per me, perché molte di queste autrici sono bravissime e alcune sono poi diventate scrittrici anche molto famose.


Dopo una vera scorpacciata di storie mi dico, e se provassi a scrivere fan fiction anche io? E lo faccio. Mi diverto un mondo, perché la fandom è un luogo bellissimo dove ci si aiuta, si mandano commenti, si fanno perfino amicizie. Scrivo in inglese, ma poi traduco le storie in italiano per parenti e amici. E dopo un po’ tutti cominciano a chiedermi: ma perché non pubblichi sul serio? C’è molto da lavorare, dato che non è più possibile mantenere i personaggi della saga e tutte le caratteristiche coperte dal copyright. E poi voglio ambientazioni italiane e contesti storici. Così nasce Il pellegrinaggio, una storia soprannaturale, ambientata nel Medio Evo sulla Via Francigena. E ci sarà un seguito, spero, sempre ambientato in Italia, durante la Seconda guerra mondiale. Ma uno dei personaggi del Pellegrinaggio tornerà ad avere un ruolo anche qui. È questo il bello dei vampiri, sono immortali.

Laura Radiconcini è nata il 29 maggio del 1943,:romana ma con ascendenze statunitensi. È nonna. Per oltre trent’anni è stata dirigente di un’organizzazione ambientalista internazionale e, da giovane, attiva partecipante ai movimenti per i diritti civili, in particolare divorzio, aborto e obiezione di coscienza. La passione per le storie di vampiri risale all’adolescenza. Il pellegrinaggio è nato da un viaggio in Toscana nei luoghi dove passa la Via Francigena.

26/09/16

L'anoressia, un male subdolo che può essere vinto

L’anoressia è una malattia subdola, che s’insinua nella psiche delle persone modificandone la vita e che alle volte può avere anche conseguenze drammatiche. Marta Zanni, autrice del romanzo “Vittoria!”, in questo interessante articolo scritto per Il Ciliegio, descrive bene il presentarsi dei sintomi dell’anoressia e spiega dove e come e a chi chiedere aiuto.

Marta Zanni
L’anoressia è una malattia subdola, uno di quei serpenti che s’insinuano in silenzio nella quotidianità. Non ci si accorge di soffrirne e a volte si arriva a negare l’evidenza di esserne affetti. Nessuno sa dare una data certa d’inizio della malattia. In realtà ci si chiede spesso se esista una partenza, o se si nasca con dentro il seme di quella gramigna.
Nella stragrande maggioranza dei casi si comincia usando il cibo come arma per attirare l’attenzione su di sé. Importante è sottolineare che non ci si ammala volontariamente: a volte è come un voler attraversare la strada consci che un tir stia arrivando a gran velocità, ma altrettanto sicuri che noi saremo più scaltri e nessuno si farà male. Purtroppo ci si trova spesso a venire spiattellati al suolo.
Ridurre le quantità di cibo non basta più: si cominciano a saltare i pasti, a star bene con se stessi solo se si avverte la sensazione dello stomaco che si auto digerisce. L’asticella si alza sempre di più: ogni risultato raggiunto deve essere superato perché diventa subito insufficiente. La caparbietà con cui si cerca l’attenzione degli altri senza comunicare i propri sentimenti, se non attraverso il digiuno o il vomito, si acutizza. Da qui una cascata di sintomi di varia natura: manie di controllo del peso, ripetizione delle azioni, tentativi di raggiungere un’ipotetica e inesistente perfezione che ci farà cessare qualsiasi sofferenza. Tutto è però solo un vortice che porta inesorabilmente ad annientare  corpo e mente, lasciando a brandelli certezze e affetti.
Lo specchio diventa il solo amico del quale fidarsi, ma allo stesso tempo si trasforma in un sadico aguzzino capace di farci vedere ciò che in realtà non è. Le aberrazioni visive cominciano a farsi spazio tra le sinapsi, facendo percepire enorme la figura riflessa che abbiamo di fronte. L’ansia cresce perché un corpo non perfetto non può appartenere a chi soffre di anoressia o di bulimia. È come se si cercasse di usare il proprio involucro per trovare la sicurezza che all’interno di se stessi non si riesce a scorgere.
Proprio per il suo mescolarsi silenzioso con abitudini quotidiane, non ci si accorge della tenaglia che subdola porta a soffocare la vita. Sono familiari, amici e insegnanti a comprendere che c’è qualcosa che non va. Cercare tempestivamente aiuto ai primi segnali potrebbe essere sintomo di una guarigione repentina, un riportare nella giusta rotta il proprio caro. Più si lascia trascorrere il tempo, maggiore è il rischio che la patologia si mescoli con la persona, diventando un tutt’uno. Risulta difficile, infatti, estirpare abitudini consolidate negli anni: per affrontare la patologia ormai cronicizzata è necessario sconvolgere le abitudini del soggetto, che avvertirà certamente l’ansia di far scomparire con un colpo di spugna tutti gli atteggiamenti che quotidianamente gli suscitavano un senso di sicurezza.
Esistono centri specializzati ai quali rivolgersi anche solo per un semplice sospetto di essere affetti da un qualsiasi disturbo alimentare, attivi anche per consulenze a parenti e amici bisognosi di chiarimenti o indicazioni. Da segnalare il sito www.disturbialimentarionline.it, dove viene raccolta la mappatura delle strutture dedicate ai DCA in Italia. Effettuando una semplice ricerca filtrata anche per regione e provincia, si potranno trovare i recapiti di ambulatori, day hospital, ricoveri ospedalieri e riabilitazione residenziale sia pubblici sia privati.
Lo scoglio principale da superare è il timore di parlarne: rivolgendosi a professionisti che lavorano quotidianamente per combattere il problema farà sentire a proprio agio paziente e familiari. All’interno di strutture specializzate scomparirà il timore di essere etichettati: i medici sapranno parlare la lingua giusta e la possibilità di confrontarsi con persone affette dallo stesso disturbo potrà creare sinergie per la propria rinascita.


Edizioni Il Ciliegio

Marta Zanni è nata a Torino nel 1975 e risiede a Venezia, dove lavora come impiegata in banca. Con le sue opere è stata finalista in vari concorsi letterari. Ha partecipato a Masterpiece, reality sul mondo della scrittura andato in onda su Rai 3. “Vittoria!” è il suo romanzo d’esordio, seguirà il romanzo “Il coraggio del disertore” che sarà pubblicato nel marzo del 2017. Collabora con un'associazione che si occupa di sensibilizzare l'opinione pubblica sui problemi causati dai disturbi alimentari.